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La Salute vien….dall’intestino!

Come ogni anno, l’inizio della primavera da il via alle prime fioriture e i pollini liberati nell’aria da alberi e fiori portano con sé anche le tanto temute allergie. E se vi dicessi che le allergie nascono dall’intestino??? Ebbene si, gli immunonutrizionisti del CEINGE, centro di eccellenza dell’Azienda Ospedaliera Universitaria e della Federico II con la collaborazione dei ricercatori della Task Force di Ateneo per gli Studi sul Microbioma, hanno scoperto alterazioni del microbioma nei bambini affetti da allergia.

In questo articolo vorrei parlarvi proprio della relazione tra il microbioma e le reazioni allergiche.

Secondo alcune ricerche dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 30% della popolazione pediatrica mondiale soffre di allergie primaverili e non. In Italia le allergie sono tra le principali patologie croniche dell’infanzia, ne soffrono almeno 25 bambini su 100 con una frequenza in netta crescita, basti pensare che negli ultimi anni nel nostro paese la percentuale di bambini allergici è più che triplicata.

Ogni reazione allergica è a sé e può coinvolgere un organo, un sistema o più organi contemporaneamente. Possiamo distinguere infatti allergie respiratorie, cutanee e allergie alimentari, tenendo presente che queste possono anche coinvolgersi tra loro.

Lo scopo di questo studio, è quello di dimostrare il legame tra fattori ambientali, dieta e stile di vita e mutazioni del microbioma con il conseguente sviluppo di patologie allergiche. In particolare sono state identificate alterazioni della struttura e delle funzioni del microbioma intestinale in grado di determinare non solo la comparsa di allergie respiratorie e alimentari ma anche di condizionarne il decorso clinico.

E’ molto interessante la scoperta di una stretta correlazione tra le modalità di parto, l’allattamento al seno, con il microbiota e le allergie.

I bambini nati per via vaginale, ricevono la maggior parte dei loro batteri intestinali dalla madre, presentando un microbioma più ricco e variegato, ne deriva un sistema immunitario più forte che li rende meno propensi a sviluppare episodi allergici.

A differenza del parto naturale, con il cesareo, il neonato invece di attraversare il canale vaginale in cui, come abbiamo visto, si verifica la colonizzazione da parte del microbiota materno, il bambino passa attraverso un percorso sterile, che ritarda lo sviluppo del microbiota intestinale e ne modella la colonizzazione secondo schemi simili alla pelle materna. I bambini nati con taglio cesareo presentano una ridotta diversità microbica, di Bacteroides, Bifidobatteri ed Escherichia coli, e un elevato livello di Klebsiella, Enterobacter, Enterococcus e Clostridi che, nei primi anni di vita li rende più vulnerabili a malattie allergiche, asma, rinite allergica ed eczema. Un altro aspetto da considerare è l’allattamento. Durante l’allattamento al seno vengono fornite al bambino alcune sostanze immunomodulanti e anticorpali che non ritroviamo nel latte artificiale. In particolare alcuni batteri presenti nel latte materno potrebbero arrivare nell’intestino dei bambini e influenzarne lo sviluppo del microbiota. Ne deriva pertanto che un bambino allattato al seno presenta un sistema immunitario più forte e sia pertanto meno propenso a sviluppare allergie.

La salute intestinale quindi  è il primo grande fattore da cui iniziare a lavorare nell’ambito di ogni patologia, anche nel caso delle allergie stagionali. Questo è importante perché quotidianamente veniamo in contatto con fattori che agiscono sul nostro microbioma e su quello dei nostri figli, influenzando la nostra salute.

Il potenziale impatto del microbiota sulle malattie allergiche nei bambini trova un ulteriore conferma nel fatto che:

  • studi epidemiologici hanno dimostrato che l’esposizione materna agli ambienti agricoli durante la gravidanza è associata a una riduzione dei tassi di asma, rinite allergica ed eczema nei loro bambini;
  • il possesso di un animale domestico incrementa la diversità microbica del microbioma nella prima infanzia riducendo il rischio di allergie, asma e altre malattie atopiche;
  • i bambini con un numero maggiore di fratelli hanno una ridotta incidenza di malattie allergiche, poiché l’ordine di nascita e le dimensioni della famiglia possono mediare i loro effetti protettivi. E’ stato dimostrato infatti che più fratelli maggiori un bambino ha, più il suo microbiota intestinale sarà povero di clostridi e ricco di Lactobacillus e Bacteroides;
  • l’esposizione agli antibiotici nella prima infanzia, inoltre, può influenzare negativamente la colonizzazione batterica del microbiota di un bambino, riducendone le difese immunitarie. Sembra infatti esserci un’associazione tra esposizione agli antibiotici sia in fase prenatale che postnatale e lo sviluppo di malattie allergiche e asma.

Possiamo quindi concludere che la colonizzazione microbica precoce svolge un ruolo importante nello sviluppo del sistema immunitario innato e adattivo di ognuno di noi. Un forte sbilanciamento dei batteri intestinali contribuisce ad aumentare i livelli di anticorpi IgE, i quali una volta secreti causano il rilascio di istamina e altri fattori infiammatori. Dunque, in presenza di disbiosi intestinale, saremo più suscettibili ad allergie e infiammazioni.

Dott. Andrea Liguori

Il “ritorno” della scarlattina…

Ultimamente si sente parlare molto del ritorno della scarlattina.. in realtà non è mai scomparsa.. capire cos’è e come riconoscerla è fondamentale per non andare subito in panico.

COS’È LA SCARLATTINA?

La scarlattina è una malattia esantematica contagiosa dovuta ad un’infezione causata dallo Streptococco beta-emolitico di gruppo A (Streptococcus pyogenes), un batterio normalmente presente nelle mucose di naso e gola. Si tratta di una complicanza del mal di gola da streptococco. Questo batterio, nel caso della scarlattina, produce una tossina chiamata eritrogenica a cui il nostro organismo reagisce con la comparsa di puntini rossi, il cosiddetto esantema.
La scarlattina colpisce i bambini in età prescolare e scolare (3-10 anni ca) e anche gli adulti, seppur raramente, e a differenza di altre malattie esantematiche è l’unica innescata da un batterio.

TRASMISSIONE E INCUBAZIONE

La trasmissione avviene essenzialmente in 2 modi:

  1. Inalazione diretta di goccioline respiratorie
  2. Toccando oggetti contaminati e successivamente portando le mani su bocca o naso (questo perché lo streptococco pyogenes è molto resistente alle condizioni ambientali).

Il tempo di incubazione varia dai 2 ai 5 giorni dopo l’esposizione al batterio.

SINTOMI

I sintomi e la loro comparsa possono ovviamente variare da un soggetto a un altro. Il mal di gola, molto intenso, è il sintomo per eccellenza della scarlattina accompagnato da dolore alla deglutizione.

Altri sintomi sono:

Febbre

Tonsille rosse e gonfie con la presenza o meno di pus

Linfonodi latero-cervicali gonfi (come nel caso della mononucleosi che però è un’infezione virale)

Puntini rossi sul palato

Nausea o vomito

Nel primo giorno della scarlattina si ha la comparsa improvvisa di un forte mal di gola, brividi e febbre molto alta fino a 40 gradi.

Nel secondo giorno continuano febbre e mal di gola e compare l’esantema, caratterizzato da piccoli elementi maculo-papulosi ravvicinati e in rilievo, che colpisce principalmente il viso, ad eccezione della zona tra naso, bocca e mento.
Nel terzo giorno la lingua si riveste di una patina bianca e pian piano inizierà a desquamare assumendo un intenso colorito rossastro (“lingua a lampone”). I puntini rossi dal viso e dal collo passano al torace e agli arti e si notano particolarmente in corrispondenza delle pieghe cutanee (gomito, cosce e inguine).

L’esantema nel giro di una settimana scompare lasciando la pelle screpolata per circa 10-14 giorni. In questa fase, con la desquamazione della pelle, potrebbe comparire anche prurito.

TERAPIA E DIAGNOSI

La diagnosi della scarlattina è essenzialmente clinica. Nei casi dubbi basterà effettuare un tampone faringeo che risulterà positivo allo streptococco se è in corso la malattia.
La terapia prevede l’assunzione di antibiotici per almeno 10 giorni. L’antibiotico di prima scelta nella cura della scarlattina è l’amoxicillina o in alternativa, se si è allergici, principi attivi appartenenti alla classe dei macrolidi come claritromicina . È fondamentale seguire la terapia per tutto il tempo necessario, senza interromperla appena si ha la remissione dei sintomi, per evitare serie complicazioni a carico di polmoni, orecchio e in rari casi cuore, sistema nervoso e reni.
Purtroppo ultimamente si sta registrando un boom di casi di scarlattina e accanto a questi la carenza dell’amoxicillina in tutta Italia. Infatti sul sito dell’AIFA l’antibiotico di punta nel trattamento della scarlattina risulta essere nella lista dei farmaci carenti.

A presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi

Ansia? Depressione? Siamo fritti!

Che mangiare troppo spesso frittura non fosse salutare lo sapevamo tutti, quello che forse non sapevamo è che il suo consumo abituale può provocare ansia e depressione.

I cibi fritti non solo sono deliziosi per il nostro palato ma presentano  un elevato contenuto calorico, anche per via del loro metodo di cottura, essendo infatti immersi nell’olio.

Questo processo di cottura riduce il contenuto di nutrienti nei cibi e può aumentare quello dei grassi saturi e di sale. Non sorprende quindi che un consumo regolare di cibi fritti comporti:

  • un aumento di peso, associato ad un elevato rischio di obesità, diabete, e altre malattie ad esso correlate;
  • malattie cardiache, legate ad elevati livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue;
  • i cibi fritti sono inoltre difficili da digerire, soprattutto se consumati in elevate quantità, e possono provocare bruciore di stomaco, acidità, gas e diarrea.

Ciò che sorprende, e che fino a qualche settimana fa ignoravamo, è l’impatto notevole che un consumo frequente di cibi fritti ha sulla nostra salute mentale.

LO STUDIO

Come accennato all’inizio, secondo uno studio condotto dall’Università di Zhejiang in Cina, su una popolazione di 140.728 persone, mangiare troppa frittura, in particolare patatine fritte, porterebbe all’insorgenza di ansia e disturbi depressivi, aumentando il rischio rispettivamente del 12% e del 7%. A rischiare di più sono i consumatori di sesso maschile e i consumatori più giovani.

Responsabile di questo è l’acrilammide, che si forma naturalmente negli alimenti amidacei durante la cottura ad alte temperature come frittura, cottura al forno e alla griglia. Il processo chimico che porta alla formazione di questo sottoprodotto del processo di frittura è noto come “reazione di Maillard”, che conferisce al cibo quel tipico aspetto bruno e sapore di abbrustolito che lo rende più gustoso.

Studi approfonditi hanno evidenziato che l’acrilammide è in grado di ridurre l’espressione di un gene che regola la permeabilità della barriera emato-encefalica. I risultati ottenuti in laboratorio hanno dimostrato che l’esposizione cronica all’acrilammide contribuisce alla formazione di radicali liberi, che causano stress ossidativo,  partecipando alla genesi di ansia e depressione. Essa modifica la struttura lipidica delle membrane cerebrali, induce disturbi del metabolismo dei fosfolipidi e sfingolipidi, i quali svolgono un ruolo importante nello sviluppo di sintomi ansiosi e depressivi, l’acrilammide inoltre aumenta notevolmente i marcatori della perossidazione lipidica e regola l’espressione dei mediatori lipidici proinfiammatori, il cui aumento è indice di un processo di neuroinfiammazione.  

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto ciò, è ancora più chiaro che spesso buono o gustoso non sempre è sinonimo di salutare, anzi.  Gli antiossidanti presenti nelle verdure a foglia scura, nei frutti di bosco e nei legumi, proteggono il nostro cervello, questo però non vuol dire che anche se si mangia verdura, la frittura è un alimento da consumare tutti i giorni, anzi, come abbiamo appena visto, è molto importante ridurre al minimo il consumo di alimenti fritti. E’ quindi fondamentale seguire un’adeguata alimentazione non solo per il nostro benessere fisico ma anche per quello psicofisico.

Ricerche come questa sono fondamentali per capire appieno il complesso funzionamento del nostro organismo. Il legame tra cibo, corpo e mente è sempre più evidente, e per il benessere dell’uno non si può prescindere dal benessere dell’altro. Va bene concentrarsi su quello che fa male al corpo, ma concentriamoci anche su quello che fa bene al cervello.

” Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene”

(Virginia Woolf)

Dott. Andrea Liguori

Non è tutto oro quel che luccica…

Da qualche tempo si assiste sul social network Tik Tok al consiglio improprio, da parte di molte persone, di utilizzare la ciproeptadina (Periactin), ossia un antistaminico, come principio attivo per ridefinire la silhouette del corpo, in particolare per aumentare il volume di seno e glutei. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza in quanto purtroppo, molto spesso, si parla in maniera leggera, senza avere le dovute competenze, di ciò che non si conosce creando molte volte più danni che benefici.

COS’È LA CIPROEPTADINA E QUALI SONO GLI EFFETTI COLLATERALI?

La ciproeptadina è un antistaminico di prima generazione, antagonista dei recettori istaminergici H1, utilizzato nel trattamento acuto e cronico di riniti e congiuntiviti (in caso di reazione allergica ai pollini), orticaria, prurito, alcuni tipi di dermatite, eczema e punture d’insetto. Deve essere prescritto dal medico curante.
La ciproeptadina, come qualsiasi altro farmaco, non è scevro da effetti collaterali. L’ effetto collaterale che si sviluppa più frequentemente è la sonnolenza.

Gli altri effetti collaterali associati all’uso di questo farmaco includono: nausea, vomito, insonnia, allucinazioni, nervosismo, stato confusionale, tremori, cefalea, sedazione, capogiri, offuscamento della visione, vertigini, xerostomia, tinnito, leucopenia, tachicardia, ipotensione, senso di costrizione toracica, ritenzione urinaria, astenia, brividi. Ovviamente ce ne sono molti altri.
PER QUALE MOTIVO VIENE CONSIGLIATO QUESTO FARMACO SU TIK TOK?

Questo farmaco viene consigliato in maniera del tutto impropria su Tik Tok perché porta ad un aumento di peso soprattutto su seno e glutei. L’aumento di peso è un effetto avverso della ciproeptadina sfruttato da molte ragazzine per sentirsi fisicamente più belle ed attraenti.

Bisogna però prestare molta attenzione in quanto, nonostante la ciproeptadina sia principalmente un farmaco antistaminico con azione antagonista sui recettori H1, questo farmaco esercita la propria azione anche su altri sistemi recettoriali (in particolare adrenergico, serotoninergico e colinergico) come si può vedere dai numerosi effetti collaterali. Infatti la ciproeptadina è un farmaco con scarsa specificità recettoriale e in grado di attraversare la barriera ematoencefalica.
Questo comporta un’esposizione maggiore ad altri effetti collaterali tipici di questo farmaco, alcuni molto pericolosi.

Un piccolo consiglio che mi sento di dare è di non fidarsi mai di un non “addetto ai lavori”, in quanto un medico o un farmacista preparati e coscienziosi non prescriverebbero o consiglierebbero mai un antistaminico per promuovere l’aumento di peso a fini estetici. L’aumento di peso si verifica in tutto il corpo non solo in alcuni punti.
Non bisogna seguire la moda solo perché in televisione i modelli proposti sono quasi sempre al top, con seni e glutei prosperosi. Bisogna avere cura del proprio corpo, della propria mente, adottare un’alimentazione sana e varia e fare sport o camminare tutti i giorni per stare bene veramente e avere benefici a lungo termine. I farmaci sono una cosa seria da utilizzare solo quando necessario e mai per sentito dire perché c’è il rischio di trovarsi in situazioni spiacevoli a cui non sempre c’è rimedio.

A presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi.

MICROBIOTA INTESTINALE: SCOPRI IL TEST GENETICO

MICROBIOTA INTESTINALE, COS’E’?

Il microbiota intestinale, è l’insieme di tutti i microrganismi che popolano il nostro apparato digerente, comprende batteri, virus, funghi e protozoi che si trovano principalmente nel colon. Si tratta di un vero e proprio organo a sé stante, si stima infatti che il numero di cellule microbiche intestinali sia pari a 10 volte il numero di cellule dell’intero organismo.

RUOLO ED IMPORTANZA DEL MICROBIOTA

Il microbiota intestinale svolge numerose e importantissime funzioni per l’organismo, infatti il mantenimento dell’equilibrio dei componenti del microbiota è legato a doppio filo con lo stato di benessere dell’individuo. In particolare esso:

  • fornisce protezione alla crescita di patogeni;
  • regola il metabolismo e il senso di sazietà, prevenendo l’aumento di peso e l’obesità;
  • digerisce e fermenta diverse sostanze come i flavonoidi proteggendo così il nostro apparato cardiocircolatorio;
  • ha un ruolo fondamentale nella risposta immunitaria dell’ospite, una flora intestinale buona aiuta a prevenire e sconfiggere le malattie;
  • elimina le tossine;
  • favorisce il corretto processo digestivo;
  • contribuisce attivamente alla biosintesi di varie vitamine, in particolare la vitamina B12.

Un ulteriore aspetto da non sottovalutare è la stretta connessione tra pancia e cervello. Un’alterazione del microbiota può attivare infatti una serie di processi che portano alla sovrapproduzione di sostanze infiammatorie che possono causare lesioni intestinali e/o disfunzioni cerebrali. Alcuni studi inoltre hanno evidenziato che il 20% dei pazienti con malattie infiammatorie intestinali presenta disturbi del sonno, ansia stress e depressione, pertanto possiamo dedurre che un intestino felice influenza positivamente anche la nostra psiche.

Per tutti questi motivi è chiaro come sia importante tenere sotto controllo il nostro microbiota intestinale utilizzando tutti gli strumenti a nostra disposizione. Possiamo agire seguendo un’alimentazione equilibrata, limitando l’uso di farmaci e antibiotici allo stretto necessario cosi come l’esposizione ad agenti antimicrobici. Teoricamente, arricchendo il microbiota intestinale di batteri “buoni” a scapito di quelli “cattivi”, si promuove un buono stato di salute. Tuttavia, non può però esistere un unico microbiota ideale uguale per tutti: i geni e le caratteristiche di ciascun individuo hanno infatti un ruolo determinante.

A tal proposito  risulta vantaggioso poter disporre di un test che permetta di analizzare la composizione del microbiota fecale e le sue eventuali variazioni, il cosiddetto Test Genetico.

TEST GENETICO

Si tratta di un test messo a punto dall’azienda Wellmicro S.r.l. la prima ed unica realtà imprenditoriale Italiana ad aver brevettato un metodo per l’interpretazione funzionale del microbiota intestinale mediante tecniche di metagenomica. Si tratta, più precisamente, di tecniche di sequenziamento massivo  (NGS: Next Generation Sequencing), ovvero tecniche di sequenziamento del  Dna tramite cui è possibile ricostruire l’intera composizione microbica del campione, in questo caso di un campione fecale, e attraverso questa analisi risalire all’impatto sulla salute dell’individuo. Ciò che viene analizzata è quella parte del patrimonio genetico del microrganismo, che ne consente l’identificazione tassonomica, quindi vengono identificati tutti i tipi di microrganismi presenti nel campione, non sono in termini qualificativi ma anche semi quantitativi. Questo è molto importante in quanto la risultante è tra le altre cose un’analisi dei rapporti che hanno tra di loro i singoli gruppi microbici, che come abbiamo visto devono “coesistere correttamente” (eubiosi) per garantire la nostra salute.

L’esame permette di individuare la presenza di disbiosi , cioè una condizione di squilibrio nella composizione e nella funzione del microbiota e di capire da quali batteri è sostenuta; in altre parole consente di valutare la presenza di batteri patogeni e/o la carenza dei batteri garanti del benessere. Tramite questo test genetico è possibile analizzare tutti quei microrganismi che non si riescono ad individuare utilizzando le comuni metodiche di analisi.

Questi test vengono poi analizzati da strumenti e laboratori certificati e ciò che ne risulta è un innovativo referto di facile interpretazione per tutti, il cosiddetto Microbiopassport.

Dai risultati del test sarà possibile individuare, laddove necessario, trattamenti preventivi personalizzati attraverso un percorso nutrizionale mirato e tramite un integrazione specifica di prebiotici e probiotici, in grado di favorire lo sviluppo di batteri benefici al proprio organismo e rigenerare l’equilibrio delle popolazioni batteriche riportando il microbiota ad una situazione di eubiosi.

CONCLUSIONI

Chiunque presenti patologie gastrointestinali è il paziente ideale per un esame del genere, anche se,  visto il ruolo importante del microbiota nella nostra salute, chiunque potrebbe sottoporsi a questo esame anche solo a scopo preventivo.

Dott. Andrea Liguori

Ipertensione: non solo nemica del cuore…

La pressione alta o ipertensione è una condizione clinica, protratta nel tempo, caratterizzata da un innalzamento dei livelli pressori a riposo. Quando la pressione massima (sistolica) è maggiore o uguale a 140 mmHg e/o la minima (diastolica) è maggiore o uguale a 90 mmHg un soggetto viene definito iperteso.
La pressione sistolica è la pressione che genera la contrazione cardiaca quando deve immettere il sangue dal ventricolo sinistro nell’aorta mentre la pressione diastolica è la pressione che si genera quando si riempiono di sangue i ventricoli e il muscolo cardiaco si rilassa.

TIPI DI IPERTENSIONE

Esistono due tipi di ipertensione:

IPERTENSIONE PRIMARIA: non ha una causa specifica ed è il tipo più comune di ipertensione;

IPERTENSIONE SECONDARIA: è legata a patologie, farmaci, sostanze stupefacenti o alcol. In questo caso, eliminata la causa scatenante, si risolve anche la situazione ipertensiva.

SINTOMI DELL’IPERTENSIONE

Di solito l’ipertensione è asintomatica. Quando si sviluppano i sintomi sono aspecifici e tra questi ricordiamo:

  • Mal di testa
  • epistassi
  • dispnea
  • vertigini
  • problemi visivi


FATTORI DI RISCHIO DELL’IPERTENSIONE

I fattori che predispongono all’insorgenza dell’ipertensione sono:

  • Familiarità
  • sedentarietà
  • fumo di sigaretta
  • età e sesso
  • diabete
  • sovrappeso
  • stress


COMPLICANZE DELL’IPERTENSIONE
L’ipertensione è una condizione clinica, non una malattia, che se non curata adeguatamente può portare a complicanze anche abbastanza serie. Le complicanze principali si verificano a carico del sistema cardiovascolare ma anche a livello cerebrale. È già noto da tempo che la pressione alta influisce negativamente sulle funzioni cognitive ed è quindi coinvolta nello sviluppo di demenza.

Oggi però si può aggiungere un nuovo tassello a queste informazioni.
Un recente studio, pubblicato sullo European Heart Journal, ha identificato le zone danneggiate dall’ipertensione usando una combinazione di risonanze magnetiche, analisi genetiche e una tecnica chiamata “randomizzazione mendeliana” usata per comprendere se vi sia un nesso causa-effetto, ovvero se l’ipertensione possa o meno essere la causa del danneggiamento cerebrale.

I risultati hanno dimostrato che l’aumento della pressione sanguigna è correlato all’alterazione di ben nove aree cerebrali e al declino cognitivo. Tra le aree vi sono il nucleo putamen, un piccolo nucleo implicato in funzioni motorie e di apprendimento e alcune zone di materia bianca in particolare la radiazione talamica anteriore coinvolta nella pianificazione di compiti semplici o complessi, la corona radiata anteriore e l’arto anteriore della capsula interna coinvolte nei processi decisionali e nella gestione delle emozioni.

Con i cambiamenti di queste aree anche l’integrità del cervello si modifica in quanto si riduce il volume cerebrale e si riducono le connessioni tra le varie parti del cervello.

In base ai risultati di questo studio i ricercatori sono concordi nell’affermare che studiando a fondo queste aree si potrebbe, in un futuro, capire in tempo chi tra i pazienti ipertesi svilupperà demenza e perdita di memoria riuscendo così a sviluppare terapie mirate a prevenire il declino cognitivo nei pazienti più a rischio.

A presto con un nuovo articolo!
Dott.ssa Chiara Caridi

UN “MOSTRICIATTOLO” DA NON TEMERE

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, chi non conosce questa citazione resa celebre dal film Spiderman, uno dei supereroi più famosi di tutti i tempi. Che cosa pensereste se vi dicessi che proprio da un piccolo ragnetto si potrebbero ottenere grandi cose, molte delle quali ancora oggi sembrano impensabili? Ebbene si, non stiamo parlando di miti o leggende, ma della concreta possibilità di ottenere farmaci e medicamenti proprio dalla tela di un ragno.

Negli ultimi anni, tra i biomateriali studiati dagli scienziati ci sono diversi composti, naturali, sintetici o misti, che una volta a contatto con l’acqua formano dei gel che, a loro volta, riescono ad interagire con i tessuti biologici. Ciò che ne deriva è un idrogel, una sostanza dalle numerose potenzialità e impieghi sia in campo medico che farmaceutico. Questi idrogel possono agire infatti come vettori per il trasporto di sostanze farmacologiche, rilasciandole in modo uniforme e graduale sulle superfici con cui vengono in contatto. Tra i materiali studiati a tal fine vi è per l’appunto la seta di ragno, una fibra proteica dotata di una straordinaria flessibilità e resistenza.

Questa scoperta è merito di un gruppo di ricercatori svedesi, che ha pubblicato il proprio lavoro su “Nature Communication”, spiegando come questo idrogel potrebbe essere impiegato per varie applicazioni mediche in campo umano, come cicatrizzante e lenitivo per la cura delle ferite e come veicolo di farmaci a lento rilascio.

IN CHE MODO IL RAGNO TESSE LA SUA TELA?

La produzione della seta è deputata ad alcune ghiandole presenti all’interno dell’addome dei ragni. Sono conosciuti sette tipi diversi di ghiandole, le quali non sono mai presenti tutte insieme nello stesso ragno. Ciascun ragno può possedere due, tre o addirittura quattro paia di filiere, ciascuna delle quali con una propria funzione. Esse sono collegate con le ghiandole da dotti molto sottili, il cui numero varia da due a cinquantamila. Ogni ragno produce 7 diversi tipi di seta, ognuna con un terminale proteico che si è scoperto essere molto importante per la formazione del filo di seta.

Quando la seta viene espulsa dal corpo del ragno subisce un processo di polimerizzazione e dallo stato liquido passa a quello solido. Questo cambiamento di stato è strettamente collegato ad una variazione del valore di pH da 8 a 5.

COMPOSIZIONE CHIMICA DELLA SETA DI RAGNO

Dal punto di vista chimico tutti e 7 i tipi di seta prodotti dal ragno  sono composti per circa il 50% della loro struttura da una catena proteinica polimerizzata chiamata fibroina caratterizzata dalla presenza di una regione iniziale C-terminale, una regione centrale altamente ripetuta e una regione finale N-terminale.

La restante parte della seta è composta da pirrolidina, potassio idrogeno-fosfato e potassio nitrato. La prima ha proprietà fortemente igroscopiche, il potassio idrogeno-fosfato abbassa il pH della tela ad un livello acido e il potassio nitrato ha azione antibatterica.

LA SCOPERTA SVEDESE

I ricercatori svedesi hanno lavorato con una proteina ricombinante chiamata His-NT2RepCT e un’etichetta di purificazione, His6-tag. Si tratta di una proteina ricombinante molto simile a quella della seta di ragno presente in natura che può essere indotta a formare una fibra continua se messa in condizioni simili a quelle naturali.

Questo lavoro di ricerca ha dimostrato che il processo di gelificazione avviene per varie concentrazioni di proteina, da 10 a 300 mg/ml, e che la concentrazione ne influenza la velocità in modo inversamente proporzionale. Mentre da un lato è stato appurato che il processo di gelificazione non dipende dall’etichetta His6-tag, dall’altro si evince il ruolo fondamentale di entrambi i terminali globulari. In particolare quello N-terminale si è dimostrato capace di gelificare anche da solo, dando un prodotto eccezionalmente trasparente, con una velocità spesso superiore a quella della proteina intera che invece da spesso gel più opachi.

Un altro aspetto molto interessante è che, una volta formato, questo idrogel resta stabile anche abbassando la temperatura esterna, ampliandone così i possibili impieghi commerciali. Ovviamente, per poter ottenere l’idrogel occorre sfruttare anche un cambio di pH, esattamente come accade nel corpo del ragno.

ATTENZIONE!

Non tutti i ragni però producono seta che gelifica, e non tutte le sete di ragno possono essere utilizzate per creare idrogel utili all’uomo. Questo dipende dalla specie. Per esempio, Araneus ventricosus produce della seta che non gelifica, mentre Trichonephila clavipes, una specie che abita le foreste e le aree boschive che vanno dagli Stati Uniti meridionali all’Argentina è in grado di produrre sfere di seta gelificanti. Gli autori dello studio hanno però utilizzato la seta di un ragno locale, il Larinioides sclopetarius, presente in tutta Europa.

CONCLUSIONI

Questi studi sono l’ennesima dimostrazione di quanto la natura ci venga costantemente incontro e di come ogni singola forma di vita sia importante indipendentemente dalle sue dimensioni. A dimostrarlo come abbiamo appena visto è un piccolo ragnetto, capace con le sue sete di apportare notevoli benefici alla nostra vita. Alcune di queste sete sono dotate di proprietà antibatteriche, cicatrizzanti, emostastiche, febbrifughe, risultando perfettamente biocompatibili quindi senza rischio di rigetto e anche biodegradabili, altre invece hanno dimostrato una resistenza superiore a quella dell’acciaio. Questa ulteriore scoperta ha permesso di aprire nuovi orizzonti alla terapia medica, in particolare per la realizzazione di impianti biomedici, come le protesi e per la ricostruzione di tendini. Alcuni tipi di seta di ragno inoltre si sono dimostrate efficaci anche nella progettazione di edifici e nella “cattura” di detriti spaziali.

Per tutti questi motivi, la prossima volta che ti imbatti in un ragno, pensaci due volte prima di schiacciarlo. OGGI PUO’ FARTI PAURA, MA DOMANI POTREBBE ESSERTI MOLTO UTILE!

Dott. Andrea Liguori

Abbiate cura del sonno!

Data una recente scoperta scientifica oggi sono qui per parlarvi di uno dei misteri più affascinanti e ancora poco conosciuti nell’ambito delle neuroscienze: il sonno!

Il sonno è un processo fisiologico ciclico attivo dove interagiscono tra loro sistema nervoso centrale e periferico. Molti pensano che durante il sonno anche il cervello si riposa… in realtà non è affatto così ma questo lo vedremo più avanti…

Il sonno non é tutto uguale, non è lineare ma è suddiviso in due fasi che si alternano durante la notte:

FASE NREM (Non rapid eye movement): chiamata anche sonno ortodosso e caratterizzata dall’assenza di movimenti oculari

FASE REM (Rapid eye movement): chiamato anche sonno paradosso e caratterizzata dalla presenza di movimenti oculari.

La fase NREM si compone di 4 fasi:

FASE 1 o addormentamento: in questa fase, che può durare 5 o 10 minuti si passa dallo stato di veglia all’ addormentamento e proprio per questo la coscienza è ancora attiva e si possono verificare contrazioni muscolari;

FASE 2 o sonno leggero: in questa fase ci si prepara a passare nello stato di sonno profondo. La frequenza cardiaca rallenta, la muscolatura si rilassa e la temperatura corporea diminuisce.

FASE 3 e FASE 4 o sonno profondo: con la fase 3 si entra nel sonno profondo e con la fase 4, la più intensa tra le due, i movimenti oculari si fanno sempre più lenti, la frequenza cardiaca e la temperatura corporea si riducono ulteriormente e il corpo inizia a rigenerarsi. Per questo motivo è importante avere una buona durata del sonno profondo. Se si viene svegliati all’improvviso durante queste fasi è possibile sentirsi confusi e disorientati per qualche minuto.

Dopo circa 90 minuti ha inizio la FASE REM del sonno. È questa la fase in cui il cervello lavora tantissimo, la frequenza cardiaca e la respirazione aumentano gradualmente, gli occhi si muovono rapidamente in diverse direzioni e si sogna. È chiamato sonno paradosso perché, se da un lato riprendono piano piano le normali attività degli organi, si verifica un’ immobilità dei muscoli di braccia e gambe.

Dallo stato di veglia si passa sempre alla fase NREM e successivamente alla fase REM. Queste fasi si alternano 4-5 volte durante la notte determinando i cicli del sonno dove ogni ciclo ha una durata complessiva di circa 90 minuti. Più ci avviciniamo al mattino più i periodi di sonno profondo si accorciano e si allungano i periodi di sonno REM.

QUALI SONO I COMPITI DEL SONNO?

Come ho già anticipato, il sonno è un processo attivo perché durante questo periodo il cervello continua a svolgere il suo lavoro meticoloso… Durante il sonno è vero che alcune aree cerebrali come la corteccia prefrontale dorso-laterale, la parte più razionale del nostro cervello, viene disattivata ma alcune zone cerebrali come per esempio l’ippocampo, sede della memoria e dell’apprendimento, e l’amigdala, sede dell’elaborazione dei comportamenti e delle emozioni, si attivano.

Il sonno ha numerose funzioni:

  • Migliora le funzioni cognitive
  • Consolida la memoria e i ricordi
  • Favorisce l’apprendimento
  • Regola la secrezione di ormoni quali cortisolo e prolattina
  • Permette al soggetto di recuperare le energie per far fronte al lavoro della giornata successiva
  • Durante il sonno profondo il cervello produce GH, l’ormone della crescita (questo è ovviamente importantissimo nei bambini)
  • Garantisce il buon funzionamento del sistema immunitario
  • Elimina i rifiuti: durante il loro lavoro i neuroni producono proteine di scarto che, se accumulate tra i neuroni sotto forma di beta-amiloidi, hanno effetti negativi su umore, comportamento e pensiero. Se il sonno profondo non è abbastanza questi rifiuti permangono nel cervello perché questo non ha il tempo necessario per ripulirsi in maniera adeguata.

Per tutti questi motivi è importante dormire nè troppo nè troppo poco. Un adulto dovrebbe dormire tra le 7 e le 8 ore. Di più (9-10 ore) o di meno (4-5 ore) mette a repentaglio la salute aumentando il rischio di malattie cardiache, obesità, diabete, ipertensione. Sballare il ritmo sonno-veglia per molto tempo o dormire meno di sei ore per notte è particolarmente pericoloso in quanto si produce meno melatonina (che abbassa la pressione arteriosa e protegge da infarti ed ictus) e aumenta la produzione di cortisolo.
Il sonno ovviamente varia anche con l’età: i neonati hanno bisogno di dormire 15-18 ore al giorno, i bambini dalle 10 alle 14 ore (dipende dalla fascia d’età) al giorno, gli anziani 5-6 ore a notte. Nei bambini il sonno è particolarmente importante.

PERCHÉ PRENDERSI CURA DEL SONNO?

Una recente scoperta ha messo in luce il legame esistente tra sonno disturbato e malattia di Alzheimer. Da una ricerca condotta dall’Università e Centro di medicina del sonno delle Molinette di Torino su topi geneticamente predisposti all’accumulo di proteina beta-amiloide (la cui presenza è stata riscontrata nel cervello di pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer), è stato evidenziato che un sonno discontinuo può compromettere l’azione del sistema glinfatico, ovvero quel sistema che permette al cervello di ripulirsi dagli scarti che producono le cellule nervose durante il loro estenuante lavoro. Questo deteriora le funzioni cognitive e in chi è predisposto accelera l’insorgenza della demenza senile mentre, in chi è affetto già dalla patologia, aggrava il quadro clinico.

CONSIDERAZIONI PERSONALI

Questo è uno degli argomenti che mi sta più a cuore perché essendo mamma so cosa vuol dire non dormire intere nottate o dormire male. Molto spesso si pensa che il sonno sia una perdita di tempo, che durante il sonno tutto l’organismo, compreso il cervello, si riposa, che anche se tutte le sere si fa tardi non fa nulla tanto il giorno dopo si è lo stesso pronti e pimpanti per la giornata… purtroppo non è così… con questo articolo spero di aver fatto capire che non bisogna badare solo alla quantità delle ore di sonno ma anche alla loro qualità… una scarsa qualità del sonno, soprattutto quello profondo, compromette la nostra salute… quindi rispettiamo il sonno e prendiamocene cura per il nostro bene!!!

Dott.sa Chiara Caridi

Emicrania: una cura al digitale!

Sebbene fosse nell’aria già da qualche tempo è stata recentemente confermata la notizia della realizzazione di un bracciale in grado di curare l’emicrania. Si tratta di un dispositivo senza fili, alimentato a batteria. Nello specifico questo bracciale autorizzato dalla Food and Drug Administration statunitense manda stimoli elettrici indolori in grado di attivare dei meccanismi analgesici endogeni prevenendo così gli attacchi emicranici. Prima di parlarvi di questo però vorrei spendere due parole sull’emicrania.

EMICRANIA DEFINIZIONE E SINTOMI

Il termine emicrania deriva dal greco hemi, metà + kranion, cranio, si tratta di un tipo di mal di testa che interessa solitamente metà capo. Si manifesta periodicamente in soggetti predisposti e compare perlopiù in età giovanile colpendo principalmente le donne, anche se a volte le crisi sono scatenate da fattori esterni. Si distinguono due tipi di emicrania, l’emicrania con aura e senza aura.

Nell’emicrania con aura, o emicrania classica, la cefalea è preceduta da un periodo chiamato per l’appunto aura (della durata di 20-60 min), durante il quale si manifestano disturbi visivi, quali scotomi e allucinazioni, parestesie delle mani o del viso, disturbi motori, afasie ,vertigini e dolore del collo. A questi sintomi segue un forte mal di testa localizzato nella stessa metà del capo ed è spesso accompagnato da nausea, vomito, fotofobia e prostrazione.

L’emicrania comune invece è caratterizzata dall’assenza di aura, il mal di testa può interessare anche tutto il capo e la crisi ha una durata variabile di 24-48 ore. Questa emicrania tende a peggiorare con l’età, ed è il tipo più diffuso.

L’emicrania si definisce complicata, invece, quando durante o dopo la crisi, si manifestano disturbi come parestesie o paralisi periferiche di una certa gravità che tendono a non risolversi nel tempo.

La terapia farmacologica della cefalea prevede generalmente l’assunzione di FANS nei casi più lievi e di triptani nelle forme più serie. Gli oppiacei  vengono usati molto raramente a causa degli effetti collaterali e del pericolo di dipendenza. Per questo i ricercatori hanno optato per un’alternativa non farmacologica al trattamento dell’emicrania.

NERIVIO, UNA TERAPIA DIGITALE

A tale scopo è stato condotto questo studio coordinato da Andrew Blumenfeld direttore dello Headache Center of Southern California, e pubblicato sul Journal of Headache. Nerivio, questo il nome del braccialetto, è stato testato in due sperimentazioni cliniche mettendolo a confronto con una stimolazione elettrica placebo. Gli esperti hanno testato il dispositivo su 128 pazienti con emicrania cronica o episodica, confrontandolo con una stimolazione placebo su un gruppo di altri 120 pazienti. I risultati hanno dimostrato che l’uso di Nerivio ha dimezzato in più di un paziente su due il numero di attacchi emicranici in un mese. Esso  inoltre ha ridotto in media di 2-3 giorni al mese l’uso di farmaci e mediamente di 4 giorni gli attacchi mensili di ogni livello di gravità.

Questo dispositivo di prescrizione che può essere usato da soggetti dai 12 anni in su, si autoapplica alla parte superiore del braccio e deve essere utilizzato nell’ambiente domestico all’inizio dell’emicrania o dell’aura per circa 45 minuti.

Per controllare il dispositivo Nerivio e monitorare la cefalea, basta scaricare l’App Nerivio. Dopo di che si  tiene traccia del mal di testa e dei sintomi dell’emicrania in un apposito diario avanzato di facile utilizzo incluso nell’App.

CONCLUSIONI

Questa terapia basata sulla neuromodulazione elettrica remota (REN) è quindi molto vantaggiosa perché non solo non ha causato effetti collaterali ma come abbiamo visto è risultata efficace nel trattamento acuto degli attacchi di emicrania con e senza aura. Non bisogna però dimenticare che Nerivio essendo un dispositivo di prescrizione non può essere utilizzato con leggerezza, il bracciale e questa App, infatti, vanno impiegati solo dietro prescrizione medica e solo dopo aver consultato il proprio medico curante.

Dott. Andrea Liguori

Non è “buccia d’arancia”…

Ultimamente si sente molto parlare di cellulite batterica, una forma di cellulite che non ha nulla a che vedere con la cellulite estetica intesa come inestetismo cutaneo.

Capiamo meglio di cosa si tratta…

La cellulite batterica è un’infezione seria del derma e del tessuto sottocutaneo (grasso) causata principalmente da due batteri: Streptococcus pyogenes e Staphylococcus aureus. Questi batteri solitamente vivono sulla superficie della nostra pelle ma in condizioni particolari quali ad esempio una ferita, un’ustione, un’infezione da funghi, una vescica , una puntura di insetto o di ago, l’insufficenza venosa cronica, riescono a superare le difese della parte più esterna della pelle, ovvero l’epidermide, e raggiungere la parte piú interna, ovvero l’ipoderma. I sintomi di quest’infezione sono: pelle calda, arrossata, gonfia e dolente, malessere generale, ascesso con pus e, in alcuni casi, febbre. Questa condizione clinica puó colpire chiunque ma molto piú comunemente diabetici, immunodepressi e anziani ed è localizzata prevalentemente nelle gambe ma anche negli occhi, sul volto e nel cuoio capelluto.

Le norme di prevenzione sono poche e prevedono prima di tutto un’accurata igiene della ferita e il contatto con il proprio medico appena si nota rossore, gonfiore o qualsiasi altro sintomo descritto in precedenza.

La terapia farmacologica per la cellulite batterica, che deve essere iniziata tempestivamente, si basa sull’utilizzo di antibiotici specifici diretti contro il batterio scatenante e deve durare fino alla completa remissione dei sintomi (mai sospendere un antibiotico non appena si evidenziano i primi miglioramenti).

A presto con un nuovo articolo!!!

Dott.ssa Chiara Caridi.

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