Mese: Aprile 2023

Ansia? Depressione? Siamo fritti!

Che mangiare troppo spesso frittura non fosse salutare lo sapevamo tutti, quello che forse non sapevamo è che il suo consumo abituale può provocare ansia e depressione.

I cibi fritti non solo sono deliziosi per il nostro palato ma presentano  un elevato contenuto calorico, anche per via del loro metodo di cottura, essendo infatti immersi nell’olio.

Questo processo di cottura riduce il contenuto di nutrienti nei cibi e può aumentare quello dei grassi saturi e di sale. Non sorprende quindi che un consumo regolare di cibi fritti comporti:

  • un aumento di peso, associato ad un elevato rischio di obesità, diabete, e altre malattie ad esso correlate;
  • malattie cardiache, legate ad elevati livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue;
  • i cibi fritti sono inoltre difficili da digerire, soprattutto se consumati in elevate quantità, e possono provocare bruciore di stomaco, acidità, gas e diarrea.

Ciò che sorprende, e che fino a qualche settimana fa ignoravamo, è l’impatto notevole che un consumo frequente di cibi fritti ha sulla nostra salute mentale.

LO STUDIO

Come accennato all’inizio, secondo uno studio condotto dall’Università di Zhejiang in Cina, su una popolazione di 140.728 persone, mangiare troppa frittura, in particolare patatine fritte, porterebbe all’insorgenza di ansia e disturbi depressivi, aumentando il rischio rispettivamente del 12% e del 7%. A rischiare di più sono i consumatori di sesso maschile e i consumatori più giovani.

Responsabile di questo è l’acrilammide, che si forma naturalmente negli alimenti amidacei durante la cottura ad alte temperature come frittura, cottura al forno e alla griglia. Il processo chimico che porta alla formazione di questo sottoprodotto del processo di frittura è noto come “reazione di Maillard”, che conferisce al cibo quel tipico aspetto bruno e sapore di abbrustolito che lo rende più gustoso.

Studi approfonditi hanno evidenziato che l’acrilammide è in grado di ridurre l’espressione di un gene che regola la permeabilità della barriera emato-encefalica. I risultati ottenuti in laboratorio hanno dimostrato che l’esposizione cronica all’acrilammide contribuisce alla formazione di radicali liberi, che causano stress ossidativo,  partecipando alla genesi di ansia e depressione. Essa modifica la struttura lipidica delle membrane cerebrali, induce disturbi del metabolismo dei fosfolipidi e sfingolipidi, i quali svolgono un ruolo importante nello sviluppo di sintomi ansiosi e depressivi, l’acrilammide inoltre aumenta notevolmente i marcatori della perossidazione lipidica e regola l’espressione dei mediatori lipidici proinfiammatori, il cui aumento è indice di un processo di neuroinfiammazione.  

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto ciò, è ancora più chiaro che spesso buono o gustoso non sempre è sinonimo di salutare, anzi.  Gli antiossidanti presenti nelle verdure a foglia scura, nei frutti di bosco e nei legumi, proteggono il nostro cervello, questo però non vuol dire che anche se si mangia verdura, la frittura è un alimento da consumare tutti i giorni, anzi, come abbiamo appena visto, è molto importante ridurre al minimo il consumo di alimenti fritti. E’ quindi fondamentale seguire un’adeguata alimentazione non solo per il nostro benessere fisico ma anche per quello psicofisico.

Ricerche come questa sono fondamentali per capire appieno il complesso funzionamento del nostro organismo. Il legame tra cibo, corpo e mente è sempre più evidente, e per il benessere dell’uno non si può prescindere dal benessere dell’altro. Va bene concentrarsi su quello che fa male al corpo, ma concentriamoci anche su quello che fa bene al cervello.

” Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene”

(Virginia Woolf)

Dott. Andrea Liguori

Non è tutto oro quel che luccica…

Da qualche tempo si assiste sul social network Tik Tok al consiglio improprio, da parte di molte persone, di utilizzare la ciproeptadina (Periactin), ossia un antistaminico, come principio attivo per ridefinire la silhouette del corpo, in particolare per aumentare il volume di seno e glutei. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza in quanto purtroppo, molto spesso, si parla in maniera leggera, senza avere le dovute competenze, di ciò che non si conosce creando molte volte più danni che benefici.

COS’È LA CIPROEPTADINA E QUALI SONO GLI EFFETTI COLLATERALI?

La ciproeptadina è un antistaminico di prima generazione, antagonista dei recettori istaminergici H1, utilizzato nel trattamento acuto e cronico di riniti e congiuntiviti (in caso di reazione allergica ai pollini), orticaria, prurito, alcuni tipi di dermatite, eczema e punture d’insetto. Deve essere prescritto dal medico curante.
La ciproeptadina, come qualsiasi altro farmaco, non è scevro da effetti collaterali. L’ effetto collaterale che si sviluppa più frequentemente è la sonnolenza.

Gli altri effetti collaterali associati all’uso di questo farmaco includono: nausea, vomito, insonnia, allucinazioni, nervosismo, stato confusionale, tremori, cefalea, sedazione, capogiri, offuscamento della visione, vertigini, xerostomia, tinnito, leucopenia, tachicardia, ipotensione, senso di costrizione toracica, ritenzione urinaria, astenia, brividi. Ovviamente ce ne sono molti altri.
PER QUALE MOTIVO VIENE CONSIGLIATO QUESTO FARMACO SU TIK TOK?

Questo farmaco viene consigliato in maniera del tutto impropria su Tik Tok perché porta ad un aumento di peso soprattutto su seno e glutei. L’aumento di peso è un effetto avverso della ciproeptadina sfruttato da molte ragazzine per sentirsi fisicamente più belle ed attraenti.

Bisogna però prestare molta attenzione in quanto, nonostante la ciproeptadina sia principalmente un farmaco antistaminico con azione antagonista sui recettori H1, questo farmaco esercita la propria azione anche su altri sistemi recettoriali (in particolare adrenergico, serotoninergico e colinergico) come si può vedere dai numerosi effetti collaterali. Infatti la ciproeptadina è un farmaco con scarsa specificità recettoriale e in grado di attraversare la barriera ematoencefalica.
Questo comporta un’esposizione maggiore ad altri effetti collaterali tipici di questo farmaco, alcuni molto pericolosi.

Un piccolo consiglio che mi sento di dare è di non fidarsi mai di un non “addetto ai lavori”, in quanto un medico o un farmacista preparati e coscienziosi non prescriverebbero o consiglierebbero mai un antistaminico per promuovere l’aumento di peso a fini estetici. L’aumento di peso si verifica in tutto il corpo non solo in alcuni punti.
Non bisogna seguire la moda solo perché in televisione i modelli proposti sono quasi sempre al top, con seni e glutei prosperosi. Bisogna avere cura del proprio corpo, della propria mente, adottare un’alimentazione sana e varia e fare sport o camminare tutti i giorni per stare bene veramente e avere benefici a lungo termine. I farmaci sono una cosa seria da utilizzare solo quando necessario e mai per sentito dire perché c’è il rischio di trovarsi in situazioni spiacevoli a cui non sempre c’è rimedio.

A presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi.

MICROBIOTA INTESTINALE: SCOPRI IL TEST GENETICO

MICROBIOTA INTESTINALE, COS’E’?

Il microbiota intestinale, è l’insieme di tutti i microrganismi che popolano il nostro apparato digerente, comprende batteri, virus, funghi e protozoi che si trovano principalmente nel colon. Si tratta di un vero e proprio organo a sé stante, si stima infatti che il numero di cellule microbiche intestinali sia pari a 10 volte il numero di cellule dell’intero organismo.

RUOLO ED IMPORTANZA DEL MICROBIOTA

Il microbiota intestinale svolge numerose e importantissime funzioni per l’organismo, infatti il mantenimento dell’equilibrio dei componenti del microbiota è legato a doppio filo con lo stato di benessere dell’individuo. In particolare esso:

  • fornisce protezione alla crescita di patogeni;
  • regola il metabolismo e il senso di sazietà, prevenendo l’aumento di peso e l’obesità;
  • digerisce e fermenta diverse sostanze come i flavonoidi proteggendo così il nostro apparato cardiocircolatorio;
  • ha un ruolo fondamentale nella risposta immunitaria dell’ospite, una flora intestinale buona aiuta a prevenire e sconfiggere le malattie;
  • elimina le tossine;
  • favorisce il corretto processo digestivo;
  • contribuisce attivamente alla biosintesi di varie vitamine, in particolare la vitamina B12.

Un ulteriore aspetto da non sottovalutare è la stretta connessione tra pancia e cervello. Un’alterazione del microbiota può attivare infatti una serie di processi che portano alla sovrapproduzione di sostanze infiammatorie che possono causare lesioni intestinali e/o disfunzioni cerebrali. Alcuni studi inoltre hanno evidenziato che il 20% dei pazienti con malattie infiammatorie intestinali presenta disturbi del sonno, ansia stress e depressione, pertanto possiamo dedurre che un intestino felice influenza positivamente anche la nostra psiche.

Per tutti questi motivi è chiaro come sia importante tenere sotto controllo il nostro microbiota intestinale utilizzando tutti gli strumenti a nostra disposizione. Possiamo agire seguendo un’alimentazione equilibrata, limitando l’uso di farmaci e antibiotici allo stretto necessario cosi come l’esposizione ad agenti antimicrobici. Teoricamente, arricchendo il microbiota intestinale di batteri “buoni” a scapito di quelli “cattivi”, si promuove un buono stato di salute. Tuttavia, non può però esistere un unico microbiota ideale uguale per tutti: i geni e le caratteristiche di ciascun individuo hanno infatti un ruolo determinante.

A tal proposito  risulta vantaggioso poter disporre di un test che permetta di analizzare la composizione del microbiota fecale e le sue eventuali variazioni, il cosiddetto Test Genetico.

TEST GENETICO

Si tratta di un test messo a punto dall’azienda Wellmicro S.r.l. la prima ed unica realtà imprenditoriale Italiana ad aver brevettato un metodo per l’interpretazione funzionale del microbiota intestinale mediante tecniche di metagenomica. Si tratta, più precisamente, di tecniche di sequenziamento massivo  (NGS: Next Generation Sequencing), ovvero tecniche di sequenziamento del  Dna tramite cui è possibile ricostruire l’intera composizione microbica del campione, in questo caso di un campione fecale, e attraverso questa analisi risalire all’impatto sulla salute dell’individuo. Ciò che viene analizzata è quella parte del patrimonio genetico del microrganismo, che ne consente l’identificazione tassonomica, quindi vengono identificati tutti i tipi di microrganismi presenti nel campione, non sono in termini qualificativi ma anche semi quantitativi. Questo è molto importante in quanto la risultante è tra le altre cose un’analisi dei rapporti che hanno tra di loro i singoli gruppi microbici, che come abbiamo visto devono “coesistere correttamente” (eubiosi) per garantire la nostra salute.

L’esame permette di individuare la presenza di disbiosi , cioè una condizione di squilibrio nella composizione e nella funzione del microbiota e di capire da quali batteri è sostenuta; in altre parole consente di valutare la presenza di batteri patogeni e/o la carenza dei batteri garanti del benessere. Tramite questo test genetico è possibile analizzare tutti quei microrganismi che non si riescono ad individuare utilizzando le comuni metodiche di analisi.

Questi test vengono poi analizzati da strumenti e laboratori certificati e ciò che ne risulta è un innovativo referto di facile interpretazione per tutti, il cosiddetto Microbiopassport.

Dai risultati del test sarà possibile individuare, laddove necessario, trattamenti preventivi personalizzati attraverso un percorso nutrizionale mirato e tramite un integrazione specifica di prebiotici e probiotici, in grado di favorire lo sviluppo di batteri benefici al proprio organismo e rigenerare l’equilibrio delle popolazioni batteriche riportando il microbiota ad una situazione di eubiosi.

CONCLUSIONI

Chiunque presenti patologie gastrointestinali è il paziente ideale per un esame del genere, anche se,  visto il ruolo importante del microbiota nella nostra salute, chiunque potrebbe sottoporsi a questo esame anche solo a scopo preventivo.

Dott. Andrea Liguori

Ipertensione: non solo nemica del cuore…

La pressione alta o ipertensione è una condizione clinica, protratta nel tempo, caratterizzata da un innalzamento dei livelli pressori a riposo. Quando la pressione massima (sistolica) è maggiore o uguale a 140 mmHg e/o la minima (diastolica) è maggiore o uguale a 90 mmHg un soggetto viene definito iperteso.
La pressione sistolica è la pressione che genera la contrazione cardiaca quando deve immettere il sangue dal ventricolo sinistro nell’aorta mentre la pressione diastolica è la pressione che si genera quando si riempiono di sangue i ventricoli e il muscolo cardiaco si rilassa.

TIPI DI IPERTENSIONE

Esistono due tipi di ipertensione:

IPERTENSIONE PRIMARIA: non ha una causa specifica ed è il tipo più comune di ipertensione;

IPERTENSIONE SECONDARIA: è legata a patologie, farmaci, sostanze stupefacenti o alcol. In questo caso, eliminata la causa scatenante, si risolve anche la situazione ipertensiva.

SINTOMI DELL’IPERTENSIONE

Di solito l’ipertensione è asintomatica. Quando si sviluppano i sintomi sono aspecifici e tra questi ricordiamo:

  • Mal di testa
  • epistassi
  • dispnea
  • vertigini
  • problemi visivi


FATTORI DI RISCHIO DELL’IPERTENSIONE

I fattori che predispongono all’insorgenza dell’ipertensione sono:

  • Familiarità
  • sedentarietà
  • fumo di sigaretta
  • età e sesso
  • diabete
  • sovrappeso
  • stress


COMPLICANZE DELL’IPERTENSIONE
L’ipertensione è una condizione clinica, non una malattia, che se non curata adeguatamente può portare a complicanze anche abbastanza serie. Le complicanze principali si verificano a carico del sistema cardiovascolare ma anche a livello cerebrale. È già noto da tempo che la pressione alta influisce negativamente sulle funzioni cognitive ed è quindi coinvolta nello sviluppo di demenza.

Oggi però si può aggiungere un nuovo tassello a queste informazioni.
Un recente studio, pubblicato sullo European Heart Journal, ha identificato le zone danneggiate dall’ipertensione usando una combinazione di risonanze magnetiche, analisi genetiche e una tecnica chiamata “randomizzazione mendeliana” usata per comprendere se vi sia un nesso causa-effetto, ovvero se l’ipertensione possa o meno essere la causa del danneggiamento cerebrale.

I risultati hanno dimostrato che l’aumento della pressione sanguigna è correlato all’alterazione di ben nove aree cerebrali e al declino cognitivo. Tra le aree vi sono il nucleo putamen, un piccolo nucleo implicato in funzioni motorie e di apprendimento e alcune zone di materia bianca in particolare la radiazione talamica anteriore coinvolta nella pianificazione di compiti semplici o complessi, la corona radiata anteriore e l’arto anteriore della capsula interna coinvolte nei processi decisionali e nella gestione delle emozioni.

Con i cambiamenti di queste aree anche l’integrità del cervello si modifica in quanto si riduce il volume cerebrale e si riducono le connessioni tra le varie parti del cervello.

In base ai risultati di questo studio i ricercatori sono concordi nell’affermare che studiando a fondo queste aree si potrebbe, in un futuro, capire in tempo chi tra i pazienti ipertesi svilupperà demenza e perdita di memoria riuscendo così a sviluppare terapie mirate a prevenire il declino cognitivo nei pazienti più a rischio.

A presto con un nuovo articolo!
Dott.ssa Chiara Caridi

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