Mese: Marzo 2020 Page 1 of 2

Gravidanza e Coronavirus

La gravidanza, già in condizioni normali, può essere fonte di ansia e preoccupazione, a maggior ragione adesso con l’attuale emergenza sanitaria. I dati raccolti però, sebbene non siano moltissimi, dimostrano che il virus non si trasmette durante la gestazione e non comporta complicazioni al momento del parto.

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I dati disponibili finora si riferiscono al secondo e terzo trimestre di gravidanza, non si conoscono infatti gli effetti del virus nei primi tre mesi. Le donne in attesa devono prendere le stesse precauzioni di tutti gli altri cittadini, quindi evitare i luoghi affollati, lavarsi spesso le mani, portare guanti e mascherine, soprattutto se ci si trova in presenza di persone con sintomi influenzali, quali tosse e raffreddore, e ridurre al minimo le uscite da casa.

Ci sono dei rischi per la futura mamma e per il feto? Chi è in gravidanza non sembra più a rischio di contrarre il virus rispetto alla popolazione generale e i rischi per la gestante sono quelli delle malattie respiratorie come per ogni altro cittadino. Ad oggi non ci sono prove di una trasmissione verticale del virus dalla mamma al feto, poichè il Coronavirus non attraversa la placenta, non sono state riscontrate particelle virali nè nel liquido amniotico nè nel sangue del cordone ombelicale. Inoltre in tutte le gestanti è stata riscontrata una polmonite lieve, curata con antibiotici e ossigenoterapia .

E’ comprensibile che alcune donne si facciano prendere dall’ansia e da mille dubbi ma è fortemente sconsigliato richiedere visite e controlli extra, in quanto ambulatori e studi medici garantiranno i normali controlli durante tutta la durata della gravidanza.

E’ stato inoltre dimostrato che donne con Covid-19 non hanno problemi durante il parto. Alcune donne affette, infatti, temono che il parto naturale possa essere pericoloso, ma ad oggi il Coronavirus non è un’indicazione per il taglio cesareo, anzi essendo un’infezione, qualora non ci siano altre controindicazioni, è da favorire la modalità del parto naturale. Si raccomanda invece di evitare il parto in acqua per le donne infette, a seguito dell’evidenza di una trasmissione del virus per via fecale. 

L’unico accorgimento da seguire è che le donne Covid-19 positive o sospette devono avere un letto isolato, una sala parto isolata ed un post-partum isolato.

Ci sono controindicazioni per l’allattamento? No, poichè il Coronavirus non è stato ancora mai rilevato nel colostro (latte materno dopo la prima poppata) delle donne affette, la neo-mamma Covid-19 positiva, o sospetta può allattare tranquillamente, purchè prenda le adeguate precauzioni (come l’uso della mascherina). Qualora ci sia la necessità di allontanare il neonato, è possibile mantenere la montata lattea. Il latte dovrà poi essere somministrato in sicurezza al bambino (con misure di controllo e prevenzione dell’infezione).

Tutti i neonati nati da madri Covid-19 positive dovranno essere soggetti ad un monitoraggio stretto e appropriato e presi in carico tempestivamente per le cure neonatali, qualora necessario. I bambini nati da madri risultate positive al tampone dovranno essere soggetti a follow up e sorveglianza dopo la dimissione.

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

Informazione importante su Ulipristal acetato!

Dopo la comparsa di un nuovo caso di grave danno epatico e conseguente trapianto in una paziente trattata con Ulipristal acetato 5 mg, l’EMA (Agenzia Europea dei medicinali) si è attivata per rivalutare il rapporto rischio/beneficio di questo farmaco. L’Ulipristal acetato, modulatore selettivo del recettore del progesterone, è un medicinale autorizzato in Italia per il trattamento dei fibromi uterini sintomatici ed è a carico del SSN.

E’ importante che il farmaco, per tutta la durata della revisione del rapporto rischio/beneficio, non venga utilizzato.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Avigan vs Covid-19: mezze verità!!!

Stiamo lottando sempre di più. I medici, gli infermieri, gli OSS, le forze dell’ordine, i farmacisti sono in prima linea nella lotta a questo virus sconosciuto. Lottano con tutte le loro forze, facendo turni estenuanti per essere presenti 24 h su 24 , per prendersi cura di tutti i contagiati che crescono ogni giorno di più, per trovare una cura che sia efficace e sicura mettendo a repentaglio la loro vita in ogni momento, perchè il loro lavoro non è un lavoro, ma una missione. E questo non ha prezzo!!! Ma bisogna dare merito anche a tutti quei lavoratori che, pur non essendo in prima linea, tutte le mattine si alzano e per rispetto verso l’Italia e verso il loro lavoro rischiano comunque la vita per continuare a lavorare. Sto parlando di cassiere/i del supermercato, edicolanti, operai delle fabbriche, giornalisti, tabaccai, autotrasportatori, funzionari di banche e poste ecc.. Dopo le ulteriori restrizioni del nuovo decreto del 22 Marzo continuiamo tutti a lottare rimanendo chiusi in casa (tranne qualche eccezione), per sconfiggere il nostro nemico numero 1: il Covid-19.

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Purtroppo a un mese e 5 giorni dall’inizio di questo incubo non ci sono ancora in commercio farmaci o vaccini utili a combatterlo.

I farmaci attualmente in sperimentazione in Italia utili a contrastare gli effetti del Covid-19 sono 3:

CLOROCHINA: farmaco utilizzato nel trattamento della malaria. Da alcuni studi sembra che la clorochina sia capace di inibire il legame del Coronavirus alle cellule umane. Anche se i dati a riprova di ciò sono pochi, i risultati finora ottenuti sono buoni.

REMDESIVIR: antivirale prodotto in USA utilizzato nel trattamento dell’Ebola. Per la prima volta è stato impiegato allo “Spallanzani” di Roma per curare la coppia di cinesi colpiti da Covid-19 i quali sono stati dimessi dopo ben 49 giorni di ricovero. In più è stato utilizzato, con buoni risultati, al Policlinico “San Matteo” di Pavia dove ha guarito un altro paziente infetto.

TOCILIZUMAB: anticorpo monoclonale utilizzato nella cura di alcune patologie autoimmuni e per ridurre al minimo l’infiammazione nei malati di cancro sottoposti alla terapia Car-T. Tocilizumab inibisce l’azione di una molecola infiammatoria, l’interleuchina-6, al fine di contrastare l’infiammazione, piuttosto importante, a livello polmonare che si verifica nell’infezione da Covid-19.

Negli ultimi giorni, complice anche un video postato su Facebook da un farmacista romano, Cristian Aresu, che si reca spesso in Giappone per lavoro, si sta discutendo molto di un farmaco chiamato AVIGAN.

Vediamo di che si tratta e cerchiamo di fare un pò di chiarezza nei limiti del possibile.. Molte notizie se lette in modo approssimativo e senza una conoscenza approfondita generano, purtroppo, confusione..

Partiamo dal fatto che il farmaco esiste. L’AVIGAN, nome commerciale del Favipiravir, sviluppato dall’industria farmaceutica giapponese FUJIFILM Toyama Chemicals, è un farmaco antivirale usato come antinfluenzale in Giappone dal marzo 2014. Badate bene al fatto che viene somministrato solo ed esclusivamente nei casi in cui altri antivirali sono inefficaci, è considerato quindi un farmaco di riserva. Questo perchè? Perchè durante la sperimentazione in Giappone ci si è resi conto che produceva gravissimi effetti collaterali, tra i quali pesanti crisi depressive e malformazioni fetali nelle puerpere. Motivo per cui questo medicinale non è autorizzato nè in Europa nè in USA.

Nel video diventato virale il farmacista sostiene due cose:

  • “L’Avigan cura il 90% dei casi di Coronavirus”. Cercherò di spiegare in modo semplice, con le evidenze scientifiche, che questa affermazione non è corretta. Questo farmaco viene somministrato ai primissimi sintomi della malattia e non blocca il progredire della stessa come sostiene Aresu. L’unico studio a disposizione sull’Avigan è una ricerca cinese condotta su circa 80 pazienti (trial clinico) svolta per confrontare gli effetti di questo farmaco con un altro antivirale, lopinavir/ritonavir, in associazione entrambi a interferone alfa. I risultati di questo studio, basandoci solo sull’abstract dell’articolo, confermano sostanzialmente 2 cose: 1) l’Avigan riduce di circa 4 giorni, rispetto agli 11 giorni nel gruppo di controllo, il tempo di clearance virale, ovvero il tempo di scomparsa del virus dai pazienti infetti e 2) nella TAC torace dei pazienti trattati con Avigan rispetto a quelli trattati con l’altro antivirale si nota un miglioramento nel 91% dei casi. Ma se l’articolo viene letto in toto le cose cambiano un pò. Innanzitutto si tratta di uno studio ristretto di sole 80 persone che dal punto di vista scientifico non può avere la stessa valenza di uno studio in cui i partecipanti sono molti di più, è uno studio non randomizzato, ciò vuol dire che i partecipanti sono stati selezionati e non scelti a caso; in particolare chi ha condotto la ricerca ha escluso volutamente i pazienti in condizioni cliniche severe scegliendo pazienti Covid-19 con una malattia da lieve a moderata, infine questo studio è privo di alcuna revisione da parte degli esperti. Se il risultato ottenuto sulla riduzione della clearance virale è veritiero, il risultato che trae un pò in inganno è la situazione della TAC torace. Nella ricerca, la TAC torace viene effettuata al quarto, al nono e al quattordicesimo giorno di trattamento. Si nota che dopo 14 giorni di trattamento il 91% dei pazienti trattati con Favipiravir mostrano un miglioramento della TAC torace rispetto al 62% dei pazienti trattati con l’altro antivirale. Bisogna ricordarsi che i pazienti presentano una malattia lieve-moderata, quindi dire che il 90% dei pazienti affetti da Coronavirus guarisce equivale a dire una falsità. In modo più appropriato il farmacista Aresu avrebbe dovuto dire che il 91% dei pazienti affetti da Covid-19 non gravi mostra dopo 14 giorni di trattamento con Favipiravir un miglioramento della TAC torace rispetto al 62% del gruppo di controllo trattato con lopinavir/ritonavir. Se non c’è un’evidente compromissione del quadro polmonare dire che l’Avigan cura il 90% dei pazienti affetti da Covid-19 è fuorviante.
  • “SECONDO ME, l’AIFA sta palleggiando un pochino con questa situazione perchè ha fiutato l’affare economico che ci sarebbe se voi pensate chi prenderà in mano la distribuzione di questo farmaco in Italia, diventerà in pochissimo tempo miliardario, il padrone di tutta la situazione farmaceutica in Italia, perchè comunque sarà colui che salverà la vita. Quindi, a mio avviso proprio come dei buoni e bravi italiani stiamo facendo il solito gioco di marchette, mazzette e cose varie per aggiudicarlo e poterlo dare a qualcuno”. Ecco, questa affermazione mi fa inorridire. Ovviamente in seguito alla pubblicazione del video in cui si parlava di questo farmaco i presidenti della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e della Regione Veneto, Luca Zaia, hanno chiesto all’AIFA di avviare la sperimentazione in Italia. L’AIFA conosceva già da tempo questo farmaco e ha chiarito sul proprio portale web in un comunicato quanto segue: “Ad oggi non esistono studi clinici pubblicati relativi all’efficacia e alla sicurezza del farmaco nel trattamento della malattia da Covid-19“( https://www.aifa.gov.it/-/aifa-precisa-uso-favipiravir-per-covid-19-non-autorizzato-in-europa-e-usa-scarse-evidenze-scientifiche-sull-efficacia ). Nonostante questo, si è deciso di avviare la sperimentazione dell’Avigan in Italia perchè come sostiene il presidente dell’AIFA, Domenico Mantoan, :”La commissione tecnico-scientifica di verifica di AIFA partirà con l’analisi e con la definizione del nuovo trial clinico del nuovo Favipiravir, l’antivirale usato in Giappone. Questo non è dovuto al fatto che è circolato questo video virale, ma AIFA è molto attenta a definire e attivare qualsiasi protocollo terapeutico necessario. In questo momento quello che ci aiuta è trovare farmaci antivirali“.

IL PARERE DEGLI ESPERTI

Sull’idea che Avigan possa funzionare nei confronti di Covid-19 si sono espressi diversi esperti. Il virologo Roberto Burioni afferma:” Oggi in Italia la prima sperimentazione clinica decisa sulla base di un video di YouTube postato da uno sconosciuto. La vita ha più fantasia di me“, mentre Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, invita tutti ad essere cauti spiegando:” Ben vengano le sperimentazioni, ma attenzione a dire che l’Avigan rappresenta la soluzione. Raccomando cautela e prudenza per non ingenerare speranze che rischiano di andare pesantemente deluse e frustrate“. E poi il commento del Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha cercato di calmare gli entusiasmi di molti dicendo:” Riconosciamo che c’è un disperato bisogno di terapie efficaci. Attualmente non esiste un trattamento che si è dimostrato efficace contro Covid-19. Piccoli studi clinici e non randomizzati non ci daranno le risposte di cui abbiamo bisogno. L’uso di trattamenti non testati senza le prove giuste potrebbe suscitare false speranze e perfino fare più danni che benefici e causare una carenza di medicine essenziali per curare altre malattie“. A queste dichiarazioni si aggiunge, non certo per ultima, quella dell’azienda produttrice del farmaco che ha diramato una nota piuttosto chiara :” Al momento non esistono prove scientifiche cliniche pubbliche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti. Per valutare la sua efficacia e sicurezza nei confronti di Covid-19 FUJIFILM prevede di avviare uno studio clinico in Giappone“.

LE MIE CONCLUSIONI

Partendo dal fatto che sono assolutamente d’accordo con le dichiarazioni riportate sopra vorrei chiarire alcune cose, se ancora ci fosse qualche dubbio.

Anche se l’AIFA ha avviato un protocollo di sperimentazione per l’Avigan, questo non vuol dire che sia efficace nella cura del Covid-19. Come già spiegato l’unico studio a disposizione riguardo questo farmaco è uno studio cinese, condotto su un numero esiguo di partecipanti e non randomizzato. Questi, nella ricerca scientifica, rappresentano dei limiti. Prima di poter immettere un medicinale sul mercato bisogna testare, attraverso numerosi passaggi, la sua EFFICACIA e la sua SICUREZZA e per questo, così come per valutare la risposta a un farmaco, ci vuole tempo.

Il percorso della sperimentazione di un farmaco è un percorso serio e molto complesso, che richiede numerosi trial clinici, che segue regole precise e rigide e che si affida a un forte rigore scientifico. Purtroppo per l’Avigan non c’è nulla a disposizione.. nè numerosi trial clinici nè dimostrazione di efficacia e sicurezza. E poi se anche la FUJIFILM Toyama Chemicals ha espresso la sua preoccupazione circa l’avvio della sperimentazione del farmaco in Italia, qualche domanda me la farei.

Io per fortuna mi baso molto sulle ricerche scientifiche e sui risultati ottenuti e relativamente all’Avigan ho qualche perplessità.

Il farmacologo Silvio Garattini, Presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano afferma: “Bisogna essere molto cauti nella valutazione di un farmaco, specialmente se a suo sostegno ci sono evidenze scientifiche di scarsissimo valore, come per il Favipiravir. Dal Giappone riferiscono che questo farmaco agisca impedendo la riproduzione del virus nell’organismo, ma sul meccanismo di funzionamento, così come sulla sua presunta efficacia ci sono molti dubbi e incertezze“.

Ecco il suo pensiero rispecchia esattamente il mio!!!!

Dott.ssa Chiara Caridi

Nuovo Coronavirus: i nostri amici a 4 zampe costituiscono un pericolo?

Sono migliaia le mail e telefonate arrivate ai centralini d’emergenza negli ultimi giorni che chiedono un chiarimento circa la potenziale capacità di trasmettere il Covid-19 da parte dei nostri animali da compagnia.

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Come sappiamo il primo focolaio sospetto del nuovo Coronavirus si è verificato in un wet market cinese di Wuhan, un mercato all’aperto in cui si vendono animali vivi. Prima di contagiare gli umani il virus era diffuso tra diverse specie di animali selvatici. Esso infatti inizialmente ha avuto tante specie a disposizione a cui adattarsi tra cui ratti, serpenti, pipistrelli e pangolini. Sebbene ancora ad oggi non è nota con certezza da quale specie sia avvenuto il cosiddetto spillover, cioè il passaggio del virus alle persone, si sospetta che il potenziale vettore sia stato proprio il pangolino, un animale selvatico in via d’estinzione. Sebbene molti dati fanno pensare che il responsabile sia una razza di pipistrello.

La Cina e i paesi del sud-est asiatico sono quelli in cui è più probabile che si diffondano le zoonosi, ovvero malattie trasmesse all’uomo dagli animali. Alla base di ciò non c’è solo un maggiore contatto tra persone e animali selvatici dovuto alla progressiva deforestazione, ma anche una sempre più crescente richiesta di carne di animali selvatici, considerata una prelibatezza, e di altri derivati dei loro corpi per la produzione di farmaci della medicina tradizionale cinese, tra cui le scaglie del pangolino.

La trasmissione di una malattia dall’animale all’uomo è un evento più raro di quanto si possa pensare. Nei mercati asiatici le probabilità di uno spillover sono aumentate dal fatto che spesso gli animali sono trasportati e venduti vivi e che in tali mercati confluiscano quotidianamente moltissime persone. E’ opportuno sapere che la trasmissione non avviene quando una persona mangia la carne cotta di un animale infetto, ma quando entra in contatto con il suo sangue, poco dopo il macello, oppure con i suoi escrementi. E’ molto facile infatti, che dopo aver toccato una superficie infetta una persona si tocchi la bocca o gli occhi, ed è così che avviene il contagio. Ecco perchè una corretta igiene aiuta a prevenire la malattia.

Ma che probabilità ci sono che il virus colpisca anche i nostri animali?

E’ risaputo che i virus della famiglia Coronavirus colpiscono anche gli animali domestici. Lo sanno bene gli allevatori zootecnici che da sempre curano i propri capi contro le infezioni sostenute da questi virus ( un esempio è il Rotavec Corona, un farmaco ad uso veterinario, il cui principio attivo è il Vaccino Colibacillosi Neonatale Dei Ruminanti Inattivato + Vaccino Coronavirosi Bovina Inattivato + Vaccino Rotavirosi Bovina Inattivato). Questo discorso però non è necessariamente valido anche per il Covid-19, essendo un virus nuovo e poco conosciuto. Ad oggi infatti, non si ha nessuna evidenza che i nostri amici a 4 zampe, possano essere infettati dal nuovo Coronavirus diventando così un potenziale pericolo per l’uomo. Il primo e unico caso scientificamente dimostrato è quello del piccolo cane pechinese trovato positivo al Covid-19 ad Hong Kong. Il cane, che morì di vecchiaia, poco dopo la scoperta, si negativizzò in pochi giorni, senza sviluppare alcun sintomo. Si scoprì inoltre che la positività iniziale era dovuta ad un inquinamento ambientale. Anche i cani e i gatti possono contrarre virus appartenenti alla famiglia dei Coronavirus, ma si tratta per lo più di virus enterici (CCov) che si manifestano con diarrea emorragica, molto contagiosa nei cuccioli, ma che non si trasmettono all’uomo.

L’unico rischio potrebbe essere incorrere nel cosiddetto “effetto ciabatta”, vale a dire che se un paziente Covid-19 positivo starnutisce o tossisce addosso all’animale, questo potrebbe diventare un trasportatore passivo del virus nel caso in cui sul pelo rimanessero delle particelle virali.

In Italia nonostante le evidenze scientifiche, l’Università di Torino ha avviato uno studio pilota a livello sierologico proprio sugli animali da compagnia per fugare ogni dubbio.

Ciò che sorprende invece è la possibilità che il virus sia entrato nel nostro paese e sopratutto nelle zone del territorio lombardo attraverso la filiera zootecnica. Le quattro aree della pianura padana più colpite dal Coronavirus: Codogno (Lodi), Nembro (Bergamo), Orzinuovi  (Brescia) e Piacenza sono anche le quattro “capitali” delle coltivazioni di fieno e dell’allevamento bovino al Nord. Alcuni studiosi hanno infatti avanzato l’ipotesi (tutta da dimostrare) di una relazione tra la diffusione del Covid-19 e i collegamenti commerciali per la compravendita di fieno e bovini.

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Concludo ribadendo ancora una volta che gli animali domestici non trasmettono in alcun modo il virus, né tanto meno possono fungere da portatori sani. A confermalo sono enti ufficiali come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanità.

Un ulteriore aspetto del nuovo Coronavirus, che molti ignorano, è che si tratta di un virus particolare, molto intelligente; quando si adatta ad una specie ha bisogno di tempo e di un nuovo input per adattarsi ad una specie diversa. Secondo il professor Bertolotti il Covid-19 si è adattato benissimo all’uomo e non ha nessuna intenzione di fare un altro salto di specie!

Dott. Andrea Liguori

Covid-19: 3 potenziali terapie all’orizzonte!

Vista la sempre più crescente espansione del virus Covid-19 e il numero di contagiati e morti che non accenna a diminuire pare chiaro come sia di fondamentale importanza la tempestiva sintesi e messa a punto di un vaccino. Recenti studi però hanno dimostrato l’esistenza di due molecole che interferiscono con l’azione del virus offrendo così valide alternative terapeutiche.

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La prima molecola è un anticorpo monoclonale in grado di riconoscere la proteina Spike, che si trova sulla superficie del coronavirus. Legandosi a questa proteina, l’anticorpo le impedisce di aderire alle nostre cellule respiratorie e di conseguenza rende impossibile l’ingresso del virus al loro interno arrestandone la replicazione.

La seconda molecola invece si chiama ’13b’ ed è una molecola che lega e inibisce l’enzima proteasi, usato dal virus per replicarsi all’interno delle cellule infettate.

La ricerca dell’anticorpo monoclonale è stata pubblicata sul sito BioRxiv da un gruppo di ricercatori dell’Università olandese di Utrecht guidato da Chunyan Wang. Nello specifico si stava già lavorando ad un anticorpo contro la SARS quando è esplosa l’epidemia di Covid-19. Risultati alla mano hanno dimostrato che gli anticorpi efficaci contro la prima malattia riuscivano a bloccare anche la seconda.

Per quanto riguarda la molecola ’13b’, questa è stata sintetizzata studiando l’architettura 3D della proteasi virale di Covid-19.  I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Science da un team tedesco guidato dal virologo di fama mondiale Rolf Hilgenfeld dell’ateneo di Lubecca. Testata in provetta su cellule di polmone umano colpite da coronavirus, la molecola si è subito dimostrata efficace. Sperimentata sui topi, inoltre, non solo è risultata atossica ma si è scoperto che può essere somministrata per via inalatoria. Questo è considerato il bersaglio principale per colpire il virus e aiuterà a sviluppare nuovi farmaci .

In entrambi i casi si tratta di strategie terapeutiche che richiedono mesi di sperimentazione clinica per testarne efficacia e sicurezza ma che comunque richiederebbero molto meno tempo di quello necessario per lo sviluppo di un vaccino per il nuovo coronavirus.

Sul fronte della ricerca lascia sperare anche la possibilità di usare il plasma di pazienti guariti da Covid-19 con alti livelli di anticorpi in grado di uccidere il virus. Si tratta di una strategia, già esplorata in Cina, e ora al centro di un protocollo che si sta mettendo a punto in Lombardia. Al San Matteo di Pavia infatti, si sta lavorando ad un farmaco ottenuto dal plasma delle persone guarite dal virus. Questa plasmoterapia sta garantendo risultati positivi sopratutto nella cura dei casi più gravi anche grazie all’aiuto di un’equipe di medici cinesi.

Questo tipo di terapia era già impiegata in precedenza per la cura della SARS e dell’Ebola. Ma quanto è sicura questa terapia visto che alcuni pazienti ritornano positivi dopo essere guariti? I medici cinesi hanno dimostrato che in realtà in questi casi non si tratta di una nuova infezione e che comunque la loro capacità di contagiare altre persone risulterebbe molto limitata. In ogni modo i potenziali donatori saranno selezionati in base a criteri ben specifici.

La seconda fase del protocollo, relativa all’infusione del plasma a scopo terapeutico sarà attuata solo dopo l’autorizzazione del Ministero e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Per concludere, un aspetto che dovrebbe farci riflettere è che per stessa ammissione dei medici cinesi arrivati nel nostro paese, i provvedimenti presi per contenere il contagio sono giusti, purtroppo però non vengono ancora rispettati a dovere da tutti i cittadini. Serve infatti una maggiore collaborazione da parte della popolazione!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

Ok alla sperimentazione clinica del Tocilizumab!

Parte oggi, all’Istituto Pascale di Napoli, la sperimentazione del Tocilizumab. Ad annunciarlo ieri, alla conferenza stampa della Protezione Civile, è stato Nicola Magrini, direttore dell’AIFA: “Annunciamo la sperimentazione del Tocilizumab, farmaco per artrite reumatoide; i dati preliminari sono promettenti. Lo studio sarà su 330 pazienti e partirà giovedi per valutare l’impatto del farmaco”.

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Il gruppo, con a capo gli oncologi Franco Perrone e Paolo Ascierto, userà una piattaforma web, seguendo meticolosamente il protocollo approvato dall’AIFA e dal Comitato etico, dove verranno raccolti tutti i dati dei pazienti colpiti da Covid-19 ricoverati negli ospedali italiani sottoposti a questo trattamento. Qualsiasi ospedale si potrà iscrivere e registrare via internet i pazienti da trattare. Inoltre, attraverso la piattaforma sarà possibile ordinare il tocilizumab direttamente dalla casa farmaceutica Roche che ha deciso di fornirlo gratuitamente alle farmacie dei vari ospedali e cliniche.

Nella sperimentazione si prevede la divisione dei pazienti in due gruppi i quali però riceveranno lo stesso trattamento.

Nel primo gruppo saranno trattati 330 pazienti “intubati da non più di 24 ore” o con i primi sintomi da insufficienza respiratoria. Con questo studio, di fase 2, si vuole valutare la riduzione della mortalità a un mese.

Nel secondo gruppo verranno trattati sia i pazienti intubati o meno trattati prima della registrazione che i pazienti intubati da più di 24 ore. Questo studio vuole invece arrivare a capire se è possibile gestire meglio questa pandemia.

Anche se i risultati sono promettenti è bene adottare la filosofia del dottor Ascierto. “La parola d’ordine in questo momento è cauto ottimismo. Ci sono risultati incoraggianti e la sperimentazione ci dirà attraverso il rigore scientifico se questo farmaco effettivamente ha una sua validità così come sembra dai dati preliminari”.

Insomma, non ci resta che incrociare le dita per il bene di tutti e ancora una volta… RESTATE A CASA!!!!!!!!!!

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Farmacisti in trincea: la sicurezza ai tempi del Coronavirus!

In questo momento di crisi, non si può non ricordare l’impegno di tutti gli operatori sanitari che lottano ogni giorno contro questa emergenza sanitaria, venendo quotidianamente a contatto con pazienti affetti da Coronavirus, talvolta, assistendoli fino alla fine, visto che il contatto con i famigliari è sconsigliato, e mettendo così, consapevolmente, a rischio la propria vita.

Parliamo di medici, infermieri, operatori socio sanitari, socio assistenziali, e farmacisti, ed è proprio sulla sicurezza del farmacista, che vogliamo parlare. Proprio in momenti come questi infatti, la farmacia diventa un presidio fondamentale del territorio e il farmacista una figura chiave tra gli operatori sanitari coinvolti, seppur troppo poco citato.

Siamo di fatto di fronte ad una pandemia, gli ospedali sono al collasso e i medici di famiglia ricevono su appuntamento filtrando telefonicamente le visite. Come sappiamo bisogna evitare di recarsi al pronto soccorso in caso di sintomi respiratori o febbre, per cui tutte le persone con tosse, febbre e mal di gola si riversano in farmacia! Ogni giorno, persone nel panico, spaventate e confuse prendono d’assalto farmacie e parafarmacie alla ricerca dei dispositivi di protezione individuale e degli igienizzanti, tralasciando spesso il buon senso civico esponendo così gli operatori ad un potenziale contagio.

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E’ ormai chiaro che la prosecuzione di ogni attività può avvenire solo in presenza di condizioni tali da assicurare al personale e alle utenze adeguati livelli di protezione, cosa che nelle farmacie fino a qualche giorno fa non avveniva. Visto il numero crescente di casi è evidente che le misure prese dal Governo non sono sufficienti per contenere la trasmissione del virus, anche perchè molte persone affette risultano asintomatiche.

E’ proprio questo che ci preoccupa, come è possibile aiutare gli altri, assistere adeguatamente i pazienti senza mettere a rischio la propria salute? E’ indispensabile che tutti coloro i quali sono impegnati ad assicurare i servizi di prima necessità e quelli che continuano ad andare a lavorare siano forniti di camici, mascherine, guanti e tutto quello previsto dal nuovo protocollo. Ma come si fa a lavorare se mancano questi dispositivi e il comportamento dei pazienti spesso non è idoneo? Come possono tutelarsi i farmacisti?

In queste circostanze le possibilità sono:

  • chiudere, privando così la popolazione di un servizio sanitario essenziale;
  • lavorare a battenti chiusi;
  • lavorare adottando precise norme di sicurezza, laddove possibili.

Al fine di garantire la continuità del servizio alla popolazione, le singole farmacie, devono confermare la presenza di farmacisti per tutto l’orario di apertura. Sarà poi responsabilità della farmacia aver scelto la modalità di servizio. Molti farmacisti titolari hanno adottato, in maniera autonoma misure preventive per contrastare il contagio, tra queste ricordiamo:

  • l’ingresso di non più di due persone alla volta,
  • tenere una distanza minima (come disposta dalla normativa) di almeno un metro tra i pazienti presenti, tra questi ultimi e i farmacisti al banco e tra gli operatori al banco (ciascuno dotato di guanti e mascherine);
  • posizionare un telo in plastica trasparente da soffitto a coprire il bancone, tale da creare una barriera che consenta tuttavia il passaggio del materiale farmaceutico;
  • posizionare protezioni in plexiglas a tutela dell’utenza e dei farmacisti;

Ma tutto ciò non basta! Anche voi dovete fare la vostra parte.

In conclusione è necessario che tutti prendano coscienza dell’importanza di questa figura professionale, fatta non solo dai titolari di farmacia ma da tantissimi farmacisti dipendenti che come tutti gli altri lavoratori vorrebbero fare lo “smart working” ma che non possono. È indispensabile che ogni Regione rifornisca farmacie e parafarmacie delle necessarie dotazioni di sicurezza, cosa peraltro già concordata in passato e mai rispettata. E’ importante che si adottino misure atte a salvaguardare la salute del farmacista, quindi del cliente e di conseguenza la salvaguardia del servizio.

Vogliamo ricordarvi ancora una volta che ognuno di noi gioca un ruolo fondamentale in questa battaglia che ci vede tutti protagonisti. Rispettate le attuali norme di sicurezza, non uscite di casa se non è necessario……..ricordate che la vostra salute è un bene primario, non sprecatelo!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

Tocilizumab: la strada giusta!

Sembra arrivare dalla cura contro le malattie autoimmuni una speranza contro il Covid-19. Stiamo parlando del farmaco Tocilizumab, commercializzato in Italia dalla casa farmaceutica Roche e limitato solo ed esclusivamente all’utilizzo in ambito ospedaliero o in strutture analoghe.

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Si tratta di un principio attivo utilizzato nella cura dell’artrite reumatoide, dell’artrite idiopatica giovanile e dell’arterite a cellule giganti con la funzione di immunosoppressore, in grado cioè di inibire la risposta del sistema immunitario. E’ un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro il recettore dell’interleuchina-6, una proteina (citochina) pro-infiammatoria molto importante che sembra essere la più coinvolta nelle situazioni di stress respiratorio. Bloccando l’azione di questa citochina si riduce il processo infiammatorio nell’organismo.

Questo farmaco è stato somministrato a 272 pazienti in Cina dando ottimi risultati e in Italia è stato utilizzato, per primo, su 2 pazienti affetti da Coronavirus ricoverati presso l’Ospedale Cotugno di Napoli dopo un’intuizione del Prof. Paolo Ascierto, presidente Fondazione Melanoma e direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Tumori “Pascale” di Napoli. Entrambi i pazienti hanno avuto un miglioramento. Altri pazienti sono stati trattati con il Tocilizumab negli ospedali del Veneto, della Lombardia, della Puglia, del Lazio, delle Marche, dell’Emilia Romagna, della Calabria, della Campania. E la risposta sembra essere univoca: il farmaco funziona già dopo 24-48 ore di trattamento. L’utilizzo di questo medicinale nel trattamento del Covid-19 è per il momento “off-label”, ovvero al di fuori delle indicazioni riportate nel foglietto illustrativo.

C’è da dire che il Tocilizumab non agisce contro il Covid-19 ma contro una delle conseguenze del virus. Viene somministrato per ridurre il rischio di compromissioni respiratorie causate dalla “tempesta di citochine”. Come afferma il Dott. Maurizio Caminiti, direttore del Centro di Reumatologia del Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi- Melacrino- Morelli” di Reggio Calabria: “La complicazione più temibile dell’infezione da Coronavirus è la polmonite interstiziale bilaterale rapidamente progressiva sostenuta dall’iperproduzione di proteine infiammatorie. Questa condizione provoca gravi danni polmonari e può portare alla morte”.

La Roche, con l’operazione “Roche si fa in 4”, si sta impegnando a fornire gratuitamente, a qualsiasi regione ne faccia richiesta, il farmaco per il periodo dell’emergenza. Purtroppo ad oggi non esistono evidenze scientifiche che supportano l’efficacia e la sicurezza del Tocilizumab nei pazienti affetti da Coronavirus essendo un farmaco utilizzato nel trattamento di patologie autoimmuni. C’è da dire che comunque la sua somministrazione ha dato risultati incoraggianti nel combattere la polmonite severa da Covid-19 e questo può rappresentare un buon inizio nella guarigione dei pazienti affetti da Coronavirus riducendo così il rischio della terapia intensiva.

L’ Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “G: Pascale” di Napoli ha inviato un protocollo all’AIFA la quale ha autorizzato uno studio clinico da iniziare in tutta Italia. Più o meno tra una settimana partirà la sperimentazione. Intanto sempre più pazienti vengono trattati con il Tocilizumab.

Ovviamente come dice Paolo Ascierto, elogiato anche dal “New York Times”:” E’ necessario sapere quali sono i pazienti migliori da poter trattare e se, come dicono i cinesi, trattarli quanto prima può evitare che vadano in terapia intensiva”.

Una bella vittoria made in Sud… La cosa rimane ridurre la diffusione del virus e questo è possibile solo seguendo le regole che ogni giorno scorrono sui nostri televisori e che sono ormai diventate parte integrante della nostra quotidianità. Questo farmaco è solo un aiuto per evitare le complicanze polmonari che si sono riscontrate nell’infezione da Covid-19: non è perciò la cura al virus nè tantomeno un vaccino.

Per questo motivo… RESTIAMO A CASA!!!

Infarmiamoci.it

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Nuovo ritiro dal commercio!

L’AIFA ha comunicato il ritiro di 8 lotti della specialità medicinale TRITTICO OS GTT 30ML 60MG/ML, utilizzato per il trattamento degli stati depressivi cronici.
I lotti interessati dal ritiro sono:

  • Lotto n. 0102 scad. 08/2022
  • Lotto n. 0103 scad. 08/2022
  • Lotto n. 0104 scad. 09/2022
  • Lotto n. 0105 scad. 10/2022
  • Lotto n. 0106 scad. 10/2022
  • Lotto n. 0107 scad. 11/2022
  • Lotto n. 0108 scad. 11/2022
  • Lotto n. 0109 scad. 11/2022

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Amuchina: dopo la seconda guerra mondiale ancora in prima linea!

In questi giorni, vista l’attuale emergenza sanitaria, abbiamo assistito al “caso dell’Amuchina esaurita, introvabile, e a prezzi esorbitanti”. Ma chi lo avrebbe mai detto che questo prodotto usato da sempre per la disinfezione delle superfici e degli alimenti avrebbe ricoperto un ruolo così importante.

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Amuchina è un marchio che viene utilizzato per la commercializzazione di diversi prodotti a base di ipoclorito di sodio, utilizzato inizialmente come agente sbiancante e solo in seguito come antisettico nel controllo delle infezioni. Quello che molti non sanno è che si tratta di un prodotto made in Italy e più precisamente made in sud.

Questo presidio medico, divenuto ormai introvabile in farmacia e supermercati è infatti il frutto del genio creativo di Oronzio De Nora, un ingegnere elettrotecnico nato ad Altamura, in Puglia nel 1899. Dopo gli studi si trasferisce a Milano dove si laurea nel 1922 in Ingegneria al Politecnico di Milano, discutendo una tesi dedicata all’elettrolisi dei cloruri alcalini. Due anni dopo fonda la sua ditta, la De Nora, diventando il padre degli impianti per la produzione di cloro e soda caustica.

E’ del 1923 il brevetto dell’Amuchina, il potente antibatterico ottenuto diluendo l’ipoclorito di sodio in acqua. Il nome Amuchina deriva dalla combinazione del termine greco muche “ferita”, con l’aggiunta di un’alfa privativa, A-muchina ovvero “senza ferita”. Nonostante De Nora cedette il brevetto ad un’altra azienda, il suo nome diventò ben presto famoso in tutto il mondo, annoverando tra i suoi clienti alcuni grandi della chimica come Bayer e Solvay.

L’Amuchina nasce con lo scopo di combattere la tubercolosi, causa di gravi problemi sanitari e sociali. Successivamente, negli anni ’40, durante la seconda guerra mondiale, viene usata per la disinfezione delle fonti e delle acque potabili. A cavallo degli anni ’50-’70 diventa il prodotto di prima scelta negli ospedali, per la pulizia e disinfezione dei dispositivi impiegati per l’emodialisi e la dialisi peritoneale. E’ nel 1980, dopo l’epidemia di colera del sud Italia, che diventa il disinfettante più usato per la pulizia di frutta e verdura.

Per la sua azione ossidante, l’ipoclorito di sodio è un ottimo sporicida,  fungicida, virucida e battericida, in particolare verso lo Staphylococcus Aureus e lo Psudomonas Aeruginosa. Viene anche utilizzato, titolato in cloro attivo al 5% e spesso riscaldato, come principale irrigante endocanalare in odontoiatria.

Oggi è disponibile in bottiglia per disinfettare superfici e lavare alimenti, in spray e sapone per l’igiene quotidiana, in gel disinfettante e igienizzante per le mani da portare sempre con se. Diventata, con l’attuale emergenza sanitaria Coronavirus, introvabile nei negozi, l’OMS ha diffuso online una ricetta fai da te che però va messa in pratica solo da personale esperto o qualificato. IMPROVVISARSI PREPARATORI CHIMICI NON È MAI SICURO!

Nonostante la sua efficacia è opportuno sapere che anche l’Amuchina non è scevra da effetti indesiderati. E’ infatti opportuno sapere che va utilizzata solo in mancanza di sapone, stesso discorso vale per l’alcol. Gli effetti collaterali sono correlati alla presenza d’ipoclorito di sodio, il quale può essere irritante per la pelle (in casi d’intolleranze) e per gli occhi e causare bruciore e irritazione. Un uso prolungato inoltre rovina la pelle favorendo paradossalmente l’attacco dei batteri. Una sua ingestione può provocare ustioni alla bocca, alla gola e allo stomaco, oltre a nausea e vomito, bava alla bocca, dolori addominali, diarrea.

Ancora una volta vogliamo ricordarvi di rispettare le norme di sicurezza, per voi e per chi vi sta a fianco.

Lavarsi le mani con acqua e sapone è sufficiente per eliminare i batteri e i virus. Evitare di toccarsi la bocca, il naso e gli occhi se non si è avuto modo di farlo, ed evitare di frequentare i luoghi affollati. Limitare il più possibile i contatti sociali evitando di salutarsi con strette di mano, abbracci e baci. Si consiglia di restare almeno a un metro di distanza gli uni dagli altri. Per gli over 65 è più sicuro stare in casa, soprattutto se si soffre di altre patologie.

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

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