Mese: Marzo 2019

ANEMIA MEDITERRANEA:UN NUOVO FARMACO A SALVAGUARDIA DEI GLOBULI ROSSI!

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L’anemia mediterranea, nota anche come beta-talassemia, è una malattia ereditaria diffusa soprattutto nei paesi del bacino del Mediterraneo. Appartiene alla famiglia delle Talassemie e si distingue in:

  • TALASSEMIA MAJOR: la forma più invalidante,
  • TALASSEMIA INTERMEDIA: con una sintomatologia variabile,
  • TALASSEMIA MINOR: la forma più lieve che si manifesta quasi sempre in maniera asintomatica.

Si tratta di una malattia ematica causata da una mutazione del gene HBB che provoca la distruzione precoce dei globuli rossi e la mancata produzione delle proteine che danno vita all’emoglobina, la molecola che trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti ed espelle l’anidride carbonica. Da qui deriva una scarsa ossigenazione di tessuti, organi e muscoli che causa stanchezza e altri sintomi.

I sintomi dell’anemia mediterranea variano in relazione al tipo di talassemia (major, intermedia o minor). Nella talassemia minor i sintomi sono molto lievi o addirittura assenti mentre nella talassemia major sin dai primi mesi di vita il soggetto manifesta ittero, con pelle e occhi ingialliti, crescita lenta e ingrossamento delle ossa del cranio. Successivamente si aggiungeranno altri sintomi, anche se non necessariamente tutti insieme, quali: splenomegalia, sonnolenza o stanchezza, urine scure, pallore, deformità ossee, dolori addominali. Poiché gli individui affetti da questa malattia hanno i globuli rossi di forma irregolare e più piccoli e meno numerosi rispetto al normale, la diagnosi di anemia mediterranea avviene mediante un semplice esame del sangue.

In caso di anemia mediterranea, oltre alle variazioni dei globuli rossi, i valori di ferro e ferritina nel sangue sono elevati. L’anemia mediterranea può essere diagnosticata anche mediante test molecolari tra cui i test prenatali che si possono eseguire in laboratorio prima della nascita per sapere se il bambino sarà affetto o meno da questa patologia. Tra questi test ritroviamo:

VILLOCENTESI: una tecnica invasiva che consiste nel prelievo dei villi coriali dalla placenta. Si effettua tra l’undicesima e la tredicesima settimana.

AMNIOCENTESI: consiste nel prelievo di un piccolo volume di liquido amniotico. Si esegue ambulatorialmente e non richiede anestesia. Può essere effettuata a partire dalla quindicesima settimana di gravidanza.

Per quanto riguarda la terapia le forme minori non necessitano di alcun trattamento, a meno che non coesista una carenza di ferro. Nei casi di talassemia major o morbo di Cooley, che nelle sue forme più gravi riduce sensibilmente la qualità della vita, è necessario che il paziente si sottoponga a trasfusioni di sangue e all’uso di farmaci ferrochelanti. In alcuni casi però la richiesta di trasfusioni non può essere soddisfatta per motivi legati al sovraccarico di ferro, complicando ulteriormente il quadro clinico.

Per favorire una corretta terapia è opportuno che tutti i soggetti talassemici conducano una “vita sana”, a partire da una dieta equilibrata che riduca la quantità di ferro di provenienza animale talvolta in associazione con un’integrazione di acido folico.

Recentemente sono stati scoperti alcuni farmaci innovativi, chiamati “farmaci trappola” in grado di preservare i globuli rossi dalle sostanze dannose. E’ stato dimostrato che attraverso l’uso di una proteina chiamata Luspatercept è possibile ridurre la gravità dell’anemia mediterranea. Questa proteina infatti è in grado di catturare alcune sostanze responsabili della morte prematura dei globuli rossi nel midollo osseo. Il suo impiego risulta molto vantaggioso soprattutto per quei pazienti la cui salute dipende da continue e costanti trasfusioni. Grazie alla somministrazione cutanea del Luspatercept infatti è stato possibile migliorare significativamente la qualità della vita di questi pazienti riducendo la frequenza delle trasfusioni. Mentre nei casi più gravi sono necessarie iniezioni di questa proteina ogni tre settimane, nei casi più lievi è possibile saltare qualche iniezione.

Un’ulteriore possibilità di cura è rappresentata dalla terapia genica, nello specifico dall’autotrapianto di un “gene sano” all’interno delle cellule del paziente. In altre parole vengono prelevate dal paziente alcune cellule, e dopo averle modificate in laboratorio da queste si ottiene un nuovo gene che, una volta autotrapiantato preverrà la mutazione a carico dell’emoglobina.

Alla luce di quanto detto appare chiaro quanto sia importante la prevenzione anche in caso di malattie come questa. E’ molto importante infatti individuare i soggetti sani, portatori del tratto talassemico, in quanto i figli di due portatori hanno un’elevata probabilità di sviluppare la talassemia major.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

ANTIBIOTICO RESISTENZA: APRIAMO GLI OCCHI!!!

Oggi sono qui con voi a parlare di un’emergenza sanitaria a tutti gli effetti. Il Prof. Giovanni Rezza, Responsabile del Dipartimento Malattie Infettive dell’ ISS, l’ha descritta come “epidemia silente”. Sto parlando dell’antibiotico-resistenza (AR). Nell’UE ogni anno muoiono circa 33 mila persone per infezioni resistenti agli antibiotici, 1/3 di loro muore in Italia. Siamo il paese in cui si prescrivono più antibiotici al mondo. Per capire bene di cosa stiamo parlando cerchiamo di andare per gradi.

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COSA SONO GLI ANTIBIOTICI?

Gli antibiotici sono farmaci utilizzati nella cura delle infezioni causate dai batteri. Non sono assolutamente efficaci nel trattamento di infezioni virali come l’influenza e il raffreddore.Il primo antibiotico ad essere scoperto fu la penicillina nel 1928 da Alexander Fleming. Esistono diverse classi di antibiotici classificati in base a:

  • Struttura chimica: molecole con caratteristiche simili.
  • Spettro d’azione: ampio, medio e ristretto.
  • Tipo d’azione: batteriostatici o battericidi. Un antibiotico si dice batteriostatico quando blocca la riproduzione del batterio senza ucciderlo mentre si dice battericida quando provoca la morte del batterio.
  • Origine: estrattiva, semisintetica e chimica.
  • Carica elettrica: antibiotici a carattere acido, basico o neutro.
  • Meccanismo d’azione: inibizione della sintesi della parete cellula, inibizione della sintesi proteica, alterazione della funzione della membrana plasmatica, inibizione dei meccanismi di replicazione e di trascrizione degli acidi nucleici, antibiotici che agiscono come antimetaboliti.

Quando si assume un antibiotico bisogna rispettare modalità, dosaggio e durata della terapia proprio per evitare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

COSA SI INTENDE PER ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Con il termine antibiotico-resistenza si intende la capacità di un batterio di resistere ad una cura antibiotica. La resistenza può essere di due tipi:

  • NATURALE: quando il batterio è naturalmente resistente ad un antibiotico.
  • ACQUISITA: quando il batterio diventa resistente attraverso modificazione del proprio patrimonio genetico.

QUALI SONO I MECCANISMI DI ANTIBIOTICO RESISTENZA?

I principali meccanismi di resistenza agli antibiotici sono:

  1. MANCATO RAGGIUNGIMENTO DEL SITO BERSAGLIO
  2. INATTIVAZIONE DEL FARMACO
  3. ALTERAZIONE DEL SITO BERSAGLIO

Un antibiotico per poter svolgere la sua azione ed essere efficace deve entrare nella cellula batterica, legarsi al sito bersaglio e modificare le sue funzioni. Se questo non avviene vuol dire che il microrganismo è diventato resistente a quell’antibiotico. Questo può risultare pericoloso perché il batterio può, nel frattempo, moltiplicarsi e trasferire la sua capacità di resistere anche ad altri batteri o a batteri della stessa specie. Un altro problema è rappresentato dal fatto che i batteri possono diventare resistenti a più antibiotici contemporaneamente. Tra i batteri diventati resistenti agli antibiotici i più importanti sono:

  • STAPHYLOCOCCUS AUREUS
  • KLEBSIELLA PNEUMONIAE
  • CAMPYLOBACTER
  • ESCHERICHIA COLI.

QUALI SONO LE CAUSE DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Tra le principali cause dell’antibiotico-resistenza ritroviamo:

  • Uso eccessivo e scorretto degli antibiotici
  • Uso degli antibiotici per curare le infezioni virali
  • Abuso degli antibiotici nel settore zootecnico e veterinario

L’antibiotico-resistenza è un fenomeno che, purtroppo per noi, non riguarda solo la medicina umana ma anche la medicina animale. In Italia circa il 70% degli antibiotici vengono utilizzati in ambito zootecnico. Somministrando agli animali gli stessi antibiotici destinati ad uso umano per impedire lo sviluppo delle infezioni nei grandi allevamenti, i batteri resistenti sviluppatisi negli animali arriveranno sulle nostre tavole e li assumeremo anche noi attraverso il cibo.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE DELL’ANTIBIOTICO RESISTENZA? COSA SI RISCHIA?

Le infezioni provocate da ceppi batterici resistenti agli antibiotici rappresentano da diverso tempo un serio problema per la salute pubblica, soprattutto negli ospedali e nelle case di cura. Le persone più esposte alle infezioni ospedaliere sono gli anziani over 65, i bambini e gli immunodepressi.

In Italia circa il 30-60% dei batteri che causano infezioni ospedalieri sono diventati resistenti. Quello che preoccupa è che se tutti gli antibiotici che abbiamo a disposizione diventassero inefficaci anche le infezioni più banali non si riuscirebbero a debellare e non sarebbe più possibile eseguire interventi chirurgici, trattamenti di chemioterapia o trapianti di organi. E tutto questo aumenterebbe il tasso di mortalità.

Delle conseguenze dell’antibiotico-resistenza e non solo ne ha parlato ampiamente la trasmissione “Presa diretta” il 9 marzo in un appuntamento dal titolo “Malati di farmaci”. Una trasmissione molto interessante che ha cercato di aprire gli occhi su quella che io definisco una catastrofe di dimensioni impressionanti. Voglio citare solo alcune cose che sono state affermate e dimostrate a “Presa diretta”.

  1. Nel laboratorio del microbiologo, Francesco Broccolo, è stato dimostrato come anche negli alimenti (in questo caso campioni di insalata) crescono batteri antibiotico-resistenti come Klebsielle, Enterococchi, Escherichia Coli e Pseudomonas. Questo non vuol dire che se si mangia l’alimento contaminato si contrae l’infezione ma vuol dire che i batteri presenti nell’alimento possono trasferire la resistenza che hanno agli antibiotici ad altre speci batteriche o a speci batteriche della stessa specie presenti nell’intestino.
  2. Quasi nel 50% dei casi in cui gli antibiotici sono prescritti non sono necessari come ad esempio nell’influenza. Contro il virus influenzale questo farmaco non hanno alcun effetto. Solo 1 / 4 delle influenze sono di natura batterica.
  3. L’azienda svedese Hemocue ha inventato una macchinetta commercializzata in Italia dal Dott. Tommaso Bruno. Come lui afferma si tratta di “una specie di semaforo che può dirci se ci troviamo di fronte ad un’infezione batterica o ad un’infezione virale. È uno strumento che consente di leggere il numero di globuli bianchi”. In base al numero che esce sulla macchinetta si parla di infezione virale o batterica e si decide o meno se è il caso di iniziare una terapia antibiotica. Purtroppo questo strumento non è ancora stato adottato in tutta Italia.
  4. La Svezia è la nazione europea in cui si consumano meno antibiotici al mondo. Questo perché si controllano continuamente le prescrizioni di antibiotici di ogni ambulatorio del paese e perché il Ministero della Salute ha finanziato diverse campagne di sensibilizzazione per insegnare l’uso consapevole degli antibiotici.
  5. Alcuni studi del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie a Stoccolma hanno dimostrato che l’impatto dell’antibiotico-resistenza è paragonabile a quello di HIV, tubercolosi e influenza messi insieme.

COSA STA FACENDO DI CONCRETO L’ITALIA?

Il Ministero della Salute ha avviato il progetto Spincar (Supporto al piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza) per cercare di contrastare l’antibiotico-resistenza nell’ambito umano, animale e ambientale. Verranno sviluppati alcuni standard e indicatori che aiuteranno le varie regioni e le aziende sanitarie a raggiungere gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale. Su una piattaforma informatica, coordinata dall’ISS, si registreranno i risultati sull’applicazione degli standard e si monitorerà lo stato attuale della situazione e gli eventuali progressi del sistema.

Secondo le parole di Claudio D’Amario e Stefania Iannazzo, della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, questo progetto genererà più consapevolezza in chi usa gli antibiotici e se tutto andrà per il meglio entro Marzo 2021 “si potranno raggiungere risultati molto vicini a quelli di paesi Europei più virtuosi”.

COSA POSSIAMO FARE NOI NEL NOSTRO PICCOLO PER RIDURRE IL FENOMENO DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Per ridurre il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è bene tenere a mente che assumere un antibiotico in modo scorretto non ha ripercussioni solo sulla nostra salute ma su quella dell’intera collettività! Ogni antibiotico è efficace solo contro determinati tipi di batteri e non contro tutti indiscriminatamente. Per questo motivo solo il medico, dopo avere prescritto un esame colturale con antibiogramma e aver visionato i risultati, sarà in grado di indicare quale antibiotico sarà capace di curare l’infezione in corso.

Nel mio piccolo mi sento di dare qualche consiglio:

  • Assumere gli antibiotici solo su prescrizione medica e seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico su dosaggio, modalità e durata della terapia.
  • Evitare il “fai da te” e soprattutto l’utilizzo di antibiotici avanzati da una cura precedente senza aver prima consultare il medico.
  • Completare sempre il ciclo di cura e mantenere sempre lo stesso orario di assunzione dell’antibiotico.
  • Aspettare qualche giorno prima di dire che l’antibiotico non ha avuto effetto.
  • Fare molta attenzione all’igiene: lavarsi spesso e bene  le mani soprattutto dopo aver toccato la carne. Lavare anche frutta e verdura.

È una situazione di emergenza per tutti noi e per il futuro dei nostri figli.. se non si interviene immediatamente nel 2050 l’antibiotico-resistenza sarà la prima causa di morte.. pensiamoci bene..

Meglio usare un antibiotico solo quando è necessario o rimetterci la vita?

Dott.ssa Chiara Caridi

CORTISONE: ALLEATO O SUBDOLO NEMICO?!?

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L’asma bronchiale è una malattia cronica delle vie respiratorie che interessa circa il 5% della popolazione, con un’incidenza maggiore tra i bambini. La sua comparsa è favorita da una predisposizione genetica ma può essere anche sollecitata dall’inalazione di pollini, polveri o peli di animali.


Questa malattia si manifesta con crisi respiratorie, sibili, affanno e tosse secca. La frequenza e la tipologia degli attacchi è molto variabile. I più gravi possono anche condurre alla morte. Ecco perché è una patologia da non prendere sotto gamba. Dei 4 milioni di Italiani asmatici, 200 mila hanno la forma grave e il 64 % di questi è in terapia con corticosteroidi per via orale.

Il principale obiettivo del trattamento dell’asma è quello di ottenere una quasi completa remissione della malattia, sia per quanto riguarda i sintomi sia per le limitazioni che comporta nella vita quotidiana. Il tutto garantendo la migliore funzione respiratoria possibile con il più basso carico farmacologico, evitando così l’insorgenza di eventuali effetti collaterali a lungo termine e senza eccedere con la spesa farmaceutica a carico del servizio sanitario.

Nel trattamento dell’asma bronchiale, come in altre patologie, viene utilizzato il cortisone. Questa sostanza appartiene alla famiglia dei corticosteroidi, molecole di sintesi strutturalmente simili al cortisolo, un ormone steroideo prodotto dalle ghiandole surrenali. E’ dotato di azione antinfiammatoria ed immunosoppressiva e viene generalmente somministrato per via orale, parenterale (intramuscolo o endovena) e locale.

L’indicazione elettiva del cortisone è l’insufficienza delle ghiandole surrenali sebbene venga prescritto per il trattamento di altre patologie tra le quali: le malattie del collagene, le malattie infettive del sangue, le allergie, le patologie epatiche, quelle autoimmuni e quelle a carico degli occhi.

Nonostante il suo ampio e diversificato uso, la terapia con cortisone non è scevra da effetti tossici, tra cui:

  • perdita del tessuto osseo con conseguente osteoporosi;
  • aumento della glicemia;
  • riduzione della crescita nei bambini;
  • senso di euforia, insonnia, ansia, depressione e psicosi;
  • aumento dell’appetito;
  • ritenzione idrica;
  • aumento della suscettibilità alle infezioni;
  • aumento della pressione arteriosa.

Proprio in questi giorni sono stati pubblicati sulla rivista ” World Allergy Organization Journal” i risultati di uno studio italiano che valuta l’impatto clinico ed economico del cortisone somministrato ad alte dosi per via orale nella cura dell’asma grave. I pazienti in cura con i corticosteroidi per via orale sono risultati ad alto rischio a causa dei tanti effetti tossici della terapia: già dopo 6 mesi dall’assunzione il cortisone per via orale aumenta infatti il rischio di osteoporosi e conseguentemente di fratture, il rischio di malattie digestive, di diabete, di obesità e di insufficienza renale.

E come se non bastasse tutto questo costa al Servizio Sanitario Nazionale più o meno 243 milioni di euro. Come afferma il Past-President della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAC) Giorgio Walter Canonica: ” Il cortisone è gravato da un elevato rischio di eventi avversi che crescono all’aumentare del dosaggio e della durata della cura. Inoltre un soggetto affetto da asma grave costa circa 2000 euro all’anno perchè bisogna gestire gli effetti collaterali della terapia cortisonica”.

Proprio per questo motivo gli esperti consigliano che il cortisone venga impiegato solo ed esclusivamente nell’attacco acuto dell’asma e in caso di asma grave ai più bassi dosaggi possibili e come trattamento di seconda scelta.

Le nuove linee guida propongono di preferire ai cortisonici i farmaci biologici perchè hanno meno effetti collaterali e risultano meno costosi.

Noi, come in ogni articolo, suggeriamo di utilizzare i cortisonici con parsimonia e dietro prescrizione medica, perchè, come tutti i farmaci sono gravati da numerosi effetti collaterali che risultano anche essere particolarmente pericolosi. Evitate quindi il “fai di te” e l’uso prolungato di questa molecola perchè oltre a provocare un possibile quadro di insufficienza surrenalica può favorire un maggior rischio di contrarre infezioni.

A presto con un nuovo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

FARMACI ORFANI: I FARMACI INTROVABILI

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I farmaci detti “orfani” sono quei farmaci destinati alla cura delle malattie rare. In Europa una malattia è considerata rara quando colpisce non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. Nello specifico si tratta di malattie spesso invalidanti per le quali non esiste alcun farmaco in commercio. Questo perché, non solo non sono stati ancora scoperti ma anche perché le aziende farmaceutiche sono solitamente restie a sviluppare questi farmaci visto un investimento economico troppo alto rispetto all’effettivo guadagno.

I pazienti affetti da malattie rare, che in Italia sono circa lo 0,75%- 1% non possono però rimanere esclusi dai progressi della scienza e delle cure. In termini numerici questo 1% di Italiani che per le aziende è troppo poco rappresenta circa 670.000 persone, 670.000 malati che hanno gli stessi diritti sanitari di tutti gli altri.

E’ anche vero però che una sostanza impiegata per il trattamento di una malattia frequente potrebbe avere un’indicazione orfana che non è stata ancora sviluppata. In realtà il discorso dei farmaci orfani è molto più ampio.

Accanto ai farmaci destinati al trattamento delle malattie rare, ci sono infatti altri due sottogruppi di farmaci che vengono classificati come orfani:

– i farmaci ritirati dal mercato per ragioni economiche e terapeutiche;

– i farmaci che non sono stati sviluppati.

Al primo sottogruppo appartiene la Talidomide introdotta nel 1956 come sedativo/ipnotico e utilizzata al tempo per contrastare nausea e vomito in gravidanza. Questo farmaco fu ritirato dal mercato per la scoperta di un potente effetto teratogeno capace di provocare malformazioni fetali. In ogni caso questo farmaco ha dimostrato proprietà antalgiche molto interessanti in patologie come la lebbra e il lupus eritematoso sistemico, malattie per le quali, ad oggi, non esiste ancora una cura soddisfacente. I farmaci che non sono stati sviluppati invece sono quei farmaci derivanti da un processo di ricerca non brevettabile.

Le prime norme relative ai farmaci orfani sono state introdotte negli Stati Uniti nel 1983, con l’emanazione dell’Orphan Drug Act, con cui per la prima volta si è presa coscienza della necessità di formulare una legge in materia. In seguito l’Unione Europea ha adottato una serie di regolamenti mediante i quali sono stati definiti i criteri e la procedura per la designazione di questi farmaci. La designazione di farmaco orfano viene prima valutata dal COMP, Comitato per i Medicinali Orfani attivo presso l’EMA e, su parere positivo del Comitato, finalizzata dalla Commissione Europea. Una volta ottenuta la designazione, il farmaco viene inserito nel Registro dei Farmaci Orfani ed in seguito potrà ottenere l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) dopo essere stato valutato e autorizzato attraverso la procedura centralizzata, come previsto dalle normative comunitarie.

Per essere riconosciuto come orfano il farmaco :

  • deve essere indicato per una patologia invalidante o che mette in pericolo la vita del paziente;
  • deve essere indicato per una condizione clinica rara, che si manifesta in non più di 5 soggetti ogni 10 mila individui;
  • non devono essere disponibili trattamenti validi o, se sono già disponibili dei trattamenti, il nuovo farmaco deve rappresentare un beneficio clinico significativo.

MA COSA DICE LA NORMATIVA ITALIANA A TAL PROPOSITO?

La normativa italiana tutela da sempre la sperimentazione clinica dei farmaci orfani e il loro ingresso sul mercato per assicurare ai pazienti l’accesso alle migliori terapie disponibili. Per accelerare la disponibilità dei farmaci orfani sul territorio, la Legge Balduzzi ha stabilito che l’azienda farmaceutica titolare di AIC di un farmaco orfano può presentare domanda di prezzo e rimborso all’AIFA non appena venga rilasciato il parere positivo da parte del Comitato, quindi prima ancora del rilascio dell’autorizzazione alla commercializzazione da parte della Commissione Europea.

COME SI PUO’ ACCEDERE AI FARMACI ORFANI?

In Italia un paziente affetto da una malattia rara può accedere al farmaco orfano attraverso diversi strumenti legislativi. La procedura di autorizzazione centralizzata attraverso l’EMA, Agenzia Europea di Valutazione dei Medicinali, rappresenta la principale regola di accesso. In mancanza dell’autorizzazione all’immissione in commercio di un farmaco orfano indicato per una malattia rara, il paziente può accedere al medicinale attraverso specifiche procedure previste da alcuni decreti legge che, consentono l’erogazione di alcuni farmaci, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, allo scopo di rispondere tempestivamente a condizioni patologiche. Questo è possibile purché siano rispettati alcuni requisiti base. Deve trattarsi infatti di:

  • farmaci innovativi la cui commercializzazione è autorizzata in altri Stati, ma non in Italia;
  • farmaci non ancora autorizzati, ma sottoposti a sperimentazione clinica, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci da impiegare per un’indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata in Italia, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci impiegati per una indicazione terapeutica differente da quella autorizzata, secondo i parametri di economicità ed appropriatezza, anche in presenza di alternative terapeutiche fra i medicinali autorizzati. Uno dei medicinali che ha beneficiato di questa disposizione è il farmaco bosentan, autorizzato per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

Esiste inoltre il cosiddetto Fondo AIFA, che da un lato è rivolto all’acquisto di farmaci orfani per le malattie rare e farmaci non ancora autorizzati ma che rappresentano una speranza di cura per patologie gravi, e dall’altro alla sperimentazione e ricerca indipendente sui farmaci, incentivando lo sviluppo di farmaci orfani attraverso il finanziamento di studi clinici no profit.

Le case farmaceutiche come già accennato ragionano quasi esclusivamente sulla base di logiche di mercato, anche se è comprovato che il loro ruolo nella ricerca e nella produzione risulta fondamentale per sopperire al fabbisogno di farmaci per le malattie rare. Dal punto di vista economico la spesa maggiore la si ha per i farmaci orfani impiegati nella cura delle leucemie, dei linfomi e dei mielomi, mentre i consumi maggiori sono stati rilevati per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

In Italia esistono delle vere e proprie officine farmaceutiche che si si dedicano appieno alla produzione di farmaci orfani, cannabis terapeutica, antidoti e farmaci per eventuali emergenze come disastri nucleari e attentati terroristici con agenti chimici. Tra i farmaci orfani in Italia ci sono:

  • la D-Penicillamina, la quale viene impiegata per la cura dell’artrite reumatoide, per la cistinuria, una malattia dei reni, per il trattamento del morbo di Wilson, una malattia genetica che porta ad un accumulo di rame nei tessuti, i cui sintomi si manifestano a livello epatico e a livello psichiatrico e neurologico con tremori e contrazioni. Viene inoltre impiegata per il trattamento delle intossicazioni professionali da piombo e oro.
  • La Mexiletina Cloridrato, usata nel trattamento delle aritmie ventricolari in cardiopatia ischemica e nelle aritmie ventricolari da digitale.
  • La Tiopronina, un agente chelante, impiegato per il trattamento della cistinuria, era prodotta dall’azienda cooperativa farmaceutica di Milano, fino a quando non è stata ritirata definitivamente dal mercato per via dell’elevato costo paragonato al numero di pazienti trattati. Pertanto oggi è necessario il suo reperimento all’estero da parte del SSN.
  • La Colestiramina, impiegata per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue o migliorare il prurito associato ad alcune malattie epatiche. Questo farmaco è anche usato per il trattamento della sindrome di Crigler- Najjar una malattia del metabolismo piuttosto invalidante. In Italia i pazienti trattati con colestiramina sono circa 10.

CONCLUSIONI

Nonostante il numero di farmaci orfani approvati in Europa sia significativamente aumentato ancora oggi molte malattie rare non hanno un trattamento farmacologico efficace. In Italia è disponibile circa il 78% dei farmaci orfani approvati in Europa e l’80% di questi è rimborsato dal SSN. La mancanza di alternative terapeutiche e il numero ridotto di pazienti trattati, sono il motivo per cui questi farmaci non possono sottostare alle regole di contenimento della spesa farmaceutica applicabili ai farmaci comuni.

Il nostro paese inoltre, grazie sia alla ricerca clinica che alla legislazione, si posiziona tra i paesi all’avanguardia nel mondo per l’accesso a cure efficaci ed ai farmaci orfani da parte dei pazienti con malattie rare.

Un primato questo da difendere e rafforzare e che ancora una volta deve far riflettere sull’importanza della ricerca medica.

Dott. Andrea Liguori

PURPLE DRANK: UN PERICOLOSO “SCIROPPO DA SBALLO”

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Negli ultimi decenni si è assistito ad un notevole aumento del consumo di alcol, farmaci e sostanze stupefacenti da parte di adolescenti e giovanissimi. Questo abuso, influenzato da pressioni sociali, mediatiche e pubblicitarie, è per lo più più teso alla ricerca del piacere, e sopratutto volto a manipolare i propri stati d’animo. Ed è proprio per far fronte ad una situazione di disagio personale che molti ragazzi si abbandonano all’uso della cosiddetta “Purple Drank”.

Questo cocktail è una droga fatta in casa a base di codeina, un oppiaceo usato come sciroppo per la tosse, con l’aggiunta di bevande gassate, generalmente Sprite. I ragazzi ne mescolano dosi ampie ottenendo un liquido di colore viola, da ciò il nome “Purple Drank”. Questo nuovo cocktail nato in America sta pericolosamente spopolando tra i giovani italiani. Sebbene la codeina in Italia sia vendibile solo dietro presentazione di ricetta medica, si tratta di un medicinale per la tosse molto comune, e addirittura in paesi come la Francia e la Svizzera é vendibile senza ricetta, facilitandone così l’acquisto. Inoltre gli sciroppi a base di questa sostanza sono molto economici (meno di 10€).

Ma si sa realmente cos’è la codeina e quali sono i suoi effetti a lungo temine dopo un uso improprio?

La codeina, o metilmorfina, è una sostanza appartenente alla classe degli analgesici oppioidi, principi attivi utilizzati nella terapia del dolore acuto e cronico. È molto nota per le sue proprietà antitussigene ed euforizzanti. Una volta assunta la codeina viene trasformata nel fegato in due metaboliti che esplicano l’azione farmacologica legandosi ai recettori oppioidi localizzati nel cervello. Tramite questo legame riducono il dolore e l’attività delle aree cerebrali che controllano la tosse.

Pertanto la codeina, agendo a livello del sistema nervoso centrale, dovrebbe essere utilizzata con più attenzione.

Essendo un derivato dell’oppio può dar luogo ai fenomeni dell’assuefazione e della dipendenza, anche se in minor misura rispetto alla morfina. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la persona che ne abusa si troverà a consumare sempre più sostanza riducendo i tempi di assunzione. Proprio per questo motivo si consiglia di interrompere l’assunzione in maniera graduale per evitare il “fenomeno da rimbalzo”, identico al fenomeno della crisi di astinenza.

Nel periodo di astinenza si verificano sintomi quali irritabilità, turbe del sonno e un forte desiderio di assunzione del farmaco (fenomeno del craving).

Tra gli effetti collaterali più importanti ritroviamo: cefalea, conati di vomito, senso di nausea, capogiri, senso di sonnolenza e sbalzi d’umore.

La Purple Drank è associata alla musica trap, un genere musicale molto amato dai ragazzi, ed il fatto che spesso citi nei testi l’uso di droghe leggere, rende ancora più serio e reale il problema del suo abuso.

Vogliamo rivolgerci ai genitori dei ragazzi in fase adolescenziale e chiedere di seguire sempre con molta attenzione i propri figli. I ragazzini purtroppo, molte volte, non si rendono conto di quello che assumono e lo fanno con estrema leggerezza per emulare qualche personaggio famoso o per far parte di un gruppo. L’occhio vigile di un genitore può evitare che si verifichino situazioni spiacevoli.

E poi ci rivolgiamo a voi ragazzi. La purple drank è un miscuglio pericoloso che, in caso di sovradosaggio, può causare mancato controllo del respiro e conseguente soffocamento. Pensateci bene.. Ci si può divertire con molto meno.. Ne vale davvero la pena? La vostra vita vale davvero uno “sciroppo”?

Dott. Andrea Liguori.

Dott.ssa Chiara Caridi.

CHE CONFUSIONE… SARÁ PERCHÈ INVECCHIAMO?


I farmaci rappresentano una parte importante nella vita degli anziani. Basti pensare che circa il 90% delle persone con età pari o superiore ai 65 anni assume più di un farmaco a settimana, il 40% almeno 5 farmaci a settimana, il 12% più di 10 farmaci a settimana.

Le donne assumono più farmaci degli uomini e agli anziani ricoverati nelle case di cura sono prescritti in media 7-8 farmaci diversi da prendere regolarmente.

Esistono, nei confronti del rapporto con i farmaci, due tipologie di anziani: quelli che si fidano ciecamente e ne fanno un uso smodato e quelli contrari che, quando possibile, evitano di assumerli.

Anche in questo caso “in medio stat virtus’’: assumere i farmaci solo se strettamente necessario e seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico.

In un documento dell’ FDA (Food and Drug Administration) si legge: ”L’utilizzo corretto e sicuro dei farmaci richiede attenzione in ogni età della vita e in maniera particolare dal sesto decennio in poi”.

PERCHÈ IN ETÀ AVANZATA BISOGNA PRESTARE MAGGIORE ATTENZIONE NELLA SOMMINISTRAZIONE DI UN FARMACO?

Fondamentalmente per due motivi:

  1. Con l’invecchiamento, l’organismo e le sue funzioni si modificano e questo influenza il modo in cui reagisce alla somministrazione di un farmaco. In particolare, con l’avanzare dell’età, si riducono il metabolismo epatico e l’eliminazione renale di alcuni farmaci. In poche parole, il fegato ha una minore capacità di trasformare i farmaci e i reni hanno una minore capacità di eliminarli. Questo determina un loro accumulo all’interno dell’organismo con prolungamento dell’azione farmacologica e aumento del rischio di effetti collaterali.
  2. Molto spesso con l’età aumentano i problemi di salute e di pari passo i farmaci da assumere. L’ utilizzo contemporaneo di più farmaci prende il nome di politerapia. 

COS’É LA POLITERAPIA E QUALI SONO I RISCHI ASSOCIATI?

La politerapia è molto comune negli anziani perchè questi, con il passare del tempo, sono soggetti alla comparsa di più patologie come ad esempio ipertensione, diabete, artrite, demenza ecc…

Per ognuna di queste patologie, se presenti contemporaneamente, sono prescritti uno o più farmaci. Se da un lato la politerapia può essere utile per trattare diversi sintomi che si verificano maggiormente negli anziani piuttosto che nei giovani adulti, dall’altro lato può essere molto pericolosa per vari aspetti tra cui ricordiamo l’uso di farmaci potenzialmente inappropriati, il rischio di reazioni avverse farmaco-correlate e il rischio di interazioni tra farmaci.

Studi recenti dimostrano che con l’aumentare del numero di farmaci aumenta il rischio di reazioni avverse, di ospedalizzazione e di mortalità. Le fasce di età più avanzate sono escluse dagli studi clinici e questo rappresenta un problema in quanto il farmaco che viene prescritto non è stato testato sugli anziani.

Un altro problema serio è legato al fatto che due o più farmaci possono interagire tra loro. Ciò significa che gli effetti di un farmaco possono essere modificati dalla presenza di un altro farmaco.

È vero che in molte condizioni, come ad esempio la terapia autoimmune o antibiotica oppure il trattamento di patologie croniche come l’ipertensione o l’asma, si ricorre all’uso di più farmaci che agiscono con diversi meccanismi d’azione per potenziare l’efficacia terapeutica, ma è anche vero che, in un soggetto anziano in politerapia, bisogna valutare con molta attenzione non solo il rischio di interazioni ma anche gli effetti indesiderati e i parametri clinici da tenere sotto controllo.

Va ricordato che, in caso di interazione tra due farmaci, non bisogna per forza sospendere uno dei due ma basta semplicemente aggiustare il dosaggio, i tempi o le modalità di somministrazione. 

Il paziente anziano mostra un’aumentata sensibilità a molti farmaci e proprio per questo motivo è bene, quando si è in procinto di iniziare una nuova terapia, usare una dose bassa di farmaco aumentandola, se necessario, gradualmente.

QUALI SONO I FARMACI POTENZIALMENTE INAPPROPRIATI NEGLI ANZIANI?

Un farmaco viene considerato inappropriato quando il rischio di sviluppare un evento avverso supera il beneficio che ci si aspetta dal trattamento farmacologico.

Esiste un documento chiamato “Criteri di Beers”, impiegato nella medicina clinica geriatrica, che aiuta il medico nella scelta dei farmaci da prescrivere in età anziana valutandone i pro e i contro.

Questo documento contiene cinque liste:

  1. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE LESIVI PER LA MAGGIOR PARTE DEGLI ANZIANI INDIPENDENTEMENTE DALLE LORO CONDIZIONI CLINICHE: tra questi ritroviamo nitrofurantoina, antiaritmici, antidepressivi triciclici, benzodiazepine, inibitori della pompa protonica, desmopressina.
  2. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE PERICOLOSI SOLO IN DETERMINATE CONDIZIONI CLINICHE: tra questi citiamo Z-drugs, oppioidi, antipsicotici.
  3. LISTA DEI FARMACI CHE DEVONO ESSERE UTILIZZATI SOLO CON ESTREMA CAUTELA: tra questi si annoverano acido acetilsalicilico, dabigatran e prasugrel, antipsicotici, carbamazepina, oxcarbazepina, antidepressivi e diuretici.
  4. LISTA DELLE COMBINAZIONI DI FARMACI ASSOCIATE A INTERAZIONI POTENZIALMENTE GRAVI NEGLI ANZIANI.
  5. LISTA DEI FARMACI CHE DOVREBBERO ESSERE EVITATI O DI CUI SAREBBE OPPORTUNO AGGIUSTARNE IL DOSAGGIO IN CASO DI INSUFFICIENZA RENALE: anticoagulanti, diuretici risparmiatori di potassio, farmaci attivi sul sistema nervoso centrale. 

COME PUÒ UN ANZIANO CURARSI IN SICUREZZA?

Con gli anziani, cosi come con i bambini, le donne in gravidanza e gli immunodepressi, bisogna prestare un’attenzione particolare quando si inizia una terapia.

L’ FDA ha stilato un documento contenente quattro raccomandazioni agli anziani:

  1. Assumere i farmaci secondo le indicazioni e dietro prescrizione del medico. Evitare i “fai da te” e se si notano effetti indesiderati consultare immediatamente il medico o il farmacista.
  2. Tenere un elenco dei farmaci che si stanno assumendo. In caso di politerapia, annotare la tipologia, la modalità di assunzione, gli orari e le eventuali correzioni apportate dal medico durante il trattamento. Il consiglio è di coinvolgere un familiare dando una copia della terapia che si sta seguendo. L’anziano tende a confondersi. Non è colpa sua ma di tutti i farmaci che, troppo spesso, deve assumere. 
  3. Leggere con attenzione il foglietto illustrativo per conoscere le interazioni, le avvertenze e le precauzioni e i possibili effetti indesiderati.
  4. Una volta l’anno è bene rivedere con il proprio medico lo schema terapeutico in corso e semplificarlo laddove possibile.

A mio avviso i farmaci rappresentano un serio strumento di salute e vanno utilizzati in modo corretto e “cum grano salis” perchè solo cosi si possono ottenere benefici. Auto-prescriversi un farmaco, usarlo in modo scorretto o abusarne può creare seri problemi alla salute. Che ci si voglia credere oppure no!!

Dott.ssa Chiara Caridi.

Nel giorno delle donne un omaggio a “una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”…

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Rita Levi Montalcini nacque nel 1909 a Torino da Adamo Levi, ingegnere elettrico e matematico e Adele Montalcini, pittrice.

Dopo aver convinto il padre a farla studiare, mossa dal desiderio di poter curare la lebbra, si iscrisse alla facoltà di Medicina all’Università di Torino dove si laureò con 110 e lode nel 1936 con l’istologo Giuseppe Levi.

Dopo la laurea fu ammessa al corso di specializzazione triennale in neurologia e psichiatria.

Nel 1938, a seguito della promulgazione delle leggi razziali, da ebrea dovette abbandonare l’Università e trasferirsi in Belgio dove ebbe la possibilità di proseguire i suoi studi sul sistema nervoso presso l’Istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles.

Nel 1940 rientrò a Torino dove, nella sua abitazione in corso Re Umberto, allestì un laboratorio per continuare le sue ricerche ispirate da un articolo di Viktor Hamburger relativo alle conseguenze dell’asportazione, in embrioni di pollo, di uno dei due arti inferiori.

Nel 1943 si trasferì a Firenze dove visse clandestinamente scampando alle deportazioni e l’anno seguente iniziò a lavorare come medico volontario nelle Forze Alleate.

A guerra finita, la Montalcini tornò a Torino dove riprese gli studi specialistici e allestì un piccolo laboratorio casalingo in una collina vicino Asti.

Nel 1947 accettò un incarico alla Washington University e negli anni successivi lavorò anche a New York e Rio de Janeiro. Quella che doveva essere una breve permanenza si rivelò poi un soggiorno trentennale.

A cavallo degli anni ’50, la scienziata si appassionò ad un lavoro pubblicato da Elmer Bueker, il quale aveva trapiantato frammenti di un tumore maligno di topo in embrioni di pollo al terzo giorno di incubazione. Dopo qualche giorno, con grande sorpresa il frammento di tumore risultava innervato da fibre provenienti dalle cellule adiacenti il trapianto.

La Montalcini replicò tali esperimenti scoprendo che le cellule tumorali rilasciavano una proteina, un fattore di crescita nervoso, che giocava un ruolo fondamentale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Nel 1954 questa proteina fu denominata Nerve Growth Factor ( NGF-Fattore di crescita delle fibre nervose).

Dopo 6 anni dall’inizio della collaborazione tra la Montalcini e il biochimico Stanley Cohen, quest’ultimo individuò ed isolò l’NGF dal veleno di serpente confermando così gli studi della scienziata italiana. Dal 1958 l’NGF viene estratto per lo studio delle sue attività biologiche dalle ghiandole salivari sottomascellari di topo maschio adulto.

Nonostante l’impegno negli Stati Uniti, la Montalcini lavorò assiduamente anche in Italia, fondando un gruppo di ricerca e dirigendo dal 1961 al 1969 il Centro di Ricerche di Neurobiologia creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto di Biologia della Washington University.

Dal 1969 al 1979 rivestì la carica di direttrice del Laboratorio di Biologia cellulare del CNR. A causa della sua età avanzata fu costretta ad abbandonare tale incarico, ma non abbandonò mai i suoi studi tanto che venne nominata Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

Nel 1975 Francesco Della Valle, gestore della casa farmaceutica Fidia, registrò un farmaco apparentemente miracoloso, il Cronassial, pubblicizzato come curativo di diverse neuropatie.
Questo farmaco trovò in Rita Levi Montalcini uno dei suoi più autorevoli sostenitori al punto da diventarne presto garante.

Nel 1986 la Montalcini ottenne il Nobel per la scoperta dell’NGF e nel suo discorso dinanzi alla stampa mondiale, la donna ringraziò anche gli amici della Fidia per il loro sostegno scientifico, aumentandone così la visibilità al punto tale che il Cronassial divenne il farmaco più venduto in Italia. Lo stesso anno il farmaco arrivò in Germania, ma la scoperta che 5 pazienti in cura risultarono affetti dalla sindrome di Guillain Barrè Strohl, una gravissima malattia neurologica che causa paralisi degli arti e la morte di un paziente su dieci, ne provocò una brusca battuta d’arresto e il ritiro dal mercato.

Il Cronassial fu bandito con un effetto domino anche in Gran Bretagna e in Spagna mentre negli Stati Uniti non ottenne mai la registrazione. Nonostante lo scandalo la Montalcini continuò a sostenere Della Valle, che cacciato dalla Fidia fondò una microazienda, la Lifegroup. Questi eventi spiacevoli e lo scoppio del caso della mucca pazza (il Cronassial era prodotto con cervello bovino) fecero precipitare le vendite del farmaco anche in Italia al punto da renderlo illegale.

Dal 1989 al 1995 lavorò presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, concentrando le proprie ricerche sullo spettro d’azione dell’NGF.

All’età di 90 anni cominciò a perdere la vista a causa di una maculopatia degenerativa, ma la stessa Montalcini non si preoccupò mai molto della propria salute sostenendo: “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente. Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quando ero ventenne. Il mio modo di esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma da quell’organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare”.

Il 1 agosto 2001 fu nominata senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”. Rita Levi Montalcini infatti partecipò attivamente anche alle campagne umanitarie e sociali fondando, con la gemella Paola, un’associazione per il conferimento di borse di studio alle giovani studentesse africane, allo scopo di creare giovani donne che svolgessero un ruolo da leader nella vita scientifica e sociale del proprio paese.

Si battè contro lo sfruttamento delle risorse naturali e si impegnò per allontanare i giovani dal mercato illegale della droga. Era certa che il consumo delle cosiddette droghe leggere potesse favorire l’accesso a droghe più forti, assolutamente deleterie per le cellule nervose.

Rita Levi Montalcini morì il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni, nella sua abitazione romana di Villa Massimo, nei pressi di Villa Torlonia. 

Nella giornata delle donne abbiamo voluto rendere omaggio ad una delle più grandi scienziate dei nostri tempi, una donna che non si è mai risparmiata dedicando la sua intera vita alla ricerca, una donna che nonostante tutto non si è mai definita una scienziata, bensì un’artista. Bisogna renderle merito e riflettere su quello che ha sempre sostenuto: “Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente, hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società”.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

FARMACI IN ETA’ PEDIATRICA: “L’OMBRA DELLE PRESCRIZIONI OFF-LABEL”

In pediatria la somministrazione dei farmaci comporta una grande responsabilità, in quanto incide direttamente sulla sicurezza e sulla salute del bambino.

L’età pediatrica è la fascia d’età che va da 0 a 2 anni anche se legalmente si definisce bambino ciascun individuo di età compresa tra 0 e 18 anni. Dati recenti forniti da un rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco mostrano come in età pediatrica si faccia l’uso maggiore di farmaci. Questo probabilmente è dovuto al fatto che in questa fase della vita il bambino comincia a socializzare con il mondo esterno, spesso con l’iscrizione al nido, aumentando così la possibilità di venire a contatto con agenti virali o batterici che possono provocare infezioni.

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Quando si ha a che fare con il paziente in età pediatrica bisogna tenere presente due aspetti fondamentali per il buon esito della terapia:

  • La sicurezza della terapia stessa.
  • La riluttanza del bambino ad assumere farmaci.

SICUREZZA DELLA TERAPIA PEDIATRICA

Nonostante i progressi ottenuti negli ultimi anni dalla ricerca farmacologica nel paziente pediatrico, il problema della disponibilità di farmaci destinati ai bambini non è ancora del tutto risolto a causa della bassa sperimentazione clinica di farmaci per l’età pediatrica. Il problema è ancora più serio quando si tratta di pazienti neonati, a causa non solo delle difficoltà che si hanno nella sperimentazione, data la tipologia del paziente, ma vista anche la riluttanza da parte dei medici e dei genitori che si dimostrano spesso contrari ad acconsentire a sperimentazioni ritenute non necessarie . Le aziende farmaceutiche dal canto loro hanno scarso interesse a realizzare tali studi, complessi e costosi riguardanti una piccola percentuale del mercato totale del farmaco.

Tutto ciò fa si che i bambini vengano spesso trattati con farmaci studiati e sperimentati solo nell’adulto.

In ambito pediatrico non è quindi raro il ricorso a farmaci il cui uso è diverso da quello per cui è stata autorizzata la sua immissione in commercio per quanto riguarda l’indicazione terapeutica, l’età, la formulazione e la via di somministrazione e la posologia (dose e frequenza): questo è il cosiddetto uso off-label o uso “al di fuori dell’etichetta”. In altre parole i farmaci off-label sono farmaci che vengono impiegati, nella pratica clinica, per il trattamento di patologie e disturbi non previsti nella scheda tecnica. Si stima che in Europa circa il 60% di tutte le prescrizioni pediatriche risultino off-label, con conseguente aumento di eventi avversi, in certi casi anche letali.

I farmaci principalmente prescritti in età pediatrica comprendono gli antibiotici per uso sistemico, i farmaci per patologie a carico dell’apparato respiratorio e gastrointestinale, e gli analgesici.

Durante lo sviluppo e la crescita il nostro corpo va incontro a continue modificazioni a carico dei tessuti, degli organi e delle loro funzioni, ciò comporta di volta in volta una diversa risposta al farmaco.

Spesso nella terapia farmacologica, le dosi di farmaco per un bambino vengono ottenute dalla semplice riduzione delle dosi per il paziente adulto aggiustate in base al peso corporeo, senza però tener conto che le risposte farmacocinetiche sono differenti nel bambino se paragonate all’adulto.

Nel bambino infatti cambia:

  • La modalità con cui il farmaco entra nell’organismo e viene assorbito;
  • La sua distribuzione negli organi e tessuti;
  • La qualità e la quantità delle trasformazioni che il farmaco subisce all’interno dell’organismo;
  • Le modalità con cui il farmaco viene eliminato tramite gli organi emuntori.

I rischi di incorrere in reazioni avverse aumentano notevolmente nelle terapie intensive neonatali in quanto il peso del neonato cambia rapidamente e diventa pertanto molto difficile aggiustare i dosaggi anche per le differenze di sviluppo del bambino stesso.

Con un neonato infatti vi è un elevato rischio di commettere errori: una quantità minima di farmaco in più somministrata può avere effetti deleteri, in quanto la piccola massa corporea e l’immaturità degli organi del neonato non sono in grado di tamponare l’overdose. In un neonato nato prematuramente, ad esempio, l’eliminazione del farmaco è ridotta a causa dell’insufficiente capacità metabolica del fegato e dell’immaturità della funzione renale. Ciò comporta un accumulo del farmaco nell’organismo con conseguente aumento della sua tossicità.

Nei soggetti di età pediatrica inoltre i farmaci si distribuiscono diversamente a seconda del rapporto tra massa corporea e grassi presenti e possono interferire con i processi di maturazione fisica, psicologica e cognitiva, e con la crescita delle parti ossee.

Da ciò si evince che il semplice aggiustamento della dose dell’adulto non sempre porta ad un dosaggio corretto e salutare per il piccolo paziente. Una volta appurata la sicurezza del farmaco, il passaggio successivo è farlo assumere al bambino.

SOMMINISTRARE I FARMACI AI BAMBINI PUO’ ESSERE UN’ARDUA IMPRESA

Un problema a cui bisogna far fronte quando il paziente è un bambino è proprio la sua “resistenza” alla terapia: più piccolo è il bambino maggiore sarà la difficoltà a fargli assumere farmaci, soprattutto per via orale. Le medicine generalmente non hanno un buon sapore pertanto i bambini aprono la bocca malvolentieri per assumere sciroppi, gocce, compresse o capsule. Anche le vie di somministrazione intracutanea e rettale risultano piuttosto problematiche. Se da un lato i bambini hanno una naturale paura delle siringhe dall’altro la somministrazione delle supposte è spesso accompagnata da fastidio e dolore. Sebbene alcune medicine siano aromatizzate con un gradevole gusto alla frutta, nella pratica quotidiana per favorire l’assunzione del farmaco si può ricorrere a semplici accorgimenti per mascherarne il sapore.

Per garantire al bambino l’assunzione della dose esatta di sciroppo i pediatri spesso consigliano l’uso si siringhe piuttosto che del classico cucchiaino da caffè. Questo perché con la siringa si può aspirare lo sciroppo dalla boccetta e somministrarlo direttamente nella bocca del bambino, riducendo così eventuali perdite del farmaco. Inoltre la gradazione della siringa consente di prelevare la dose esatta di farmaco necessaria riducendo cosi un probabile sovradosaggio.

Se il paziente è un neonato, terapie mediche come l’aerosol-terapia e l’istillazione di gocce nel naso o nelle orecchie risultano molto difficoltose per il fastidio provato dal bambino e per lo sforzo da parte del bambino stesso a rimanere fermo per un periodo di tempo moderatamente lungo per lui.

Quando si ha a che fare con i pazienti pediatrici anche l’aspetto emotivo gioca un ruolo importante. I bambini infatti hanno un sesto senso per la tensione, quindi se l’approccio non è sereno sospetteranno che c’è qualcosa che non va e cominceranno ad opporsi alla terapia. Inoltre hanno una grande memoria fotografica, riconoscendo non solo le persone ma anche le confezioni dei farmaci attribuendo loro uno spiacevole ricordo che li porterà ad essere riluttanti a ripetere quell’esperienza. Se il bimbo ha più di due anni è importante spiegargli che si tratta di una medicina che servirà a farlo stare meglio. I bambini istintivamente hanno molta paura delle malattie e saranno così più propensi ad assumere il farmaco. E’ pertanto consigliabile coinvolgere i piccoli pazienti nel processo di cura e di guarigione.

IN CONCLUSIONE

Nel nostro paese, non più del 10% dei farmaci commercializzati è stato testato sulla popolazione pediatrica questo perché ancora oggi ci si basa sull’errata convinzione che gli infanti e gli adolescenti sono adulti in miniatura.

Anche se si sta lavorando per una riduzione delle prescrizioni off-label in ambito pediatrico, la legislazione italiana ed europea consentono di prescrivere ai bambini farmaci non pensati per pazienti in età pediatrica, con conseguente aumento dell’insorgenza di reazioni avverse. Per far fronte a tutto ciò recentemente sono stati sviluppati diversi progetti di farmacovigilanza al fine di valutare la sicurezza dei farmaci adoperati in ambito pediatrico.

MA COME POSSIAMO PRESERVARE LA SALUTE DEI NOSTRI FIGLI? COSA E’ CONSIGLIABILE FARE?

  • Innanzitutto l’utilizzo di farmaci off-label NON DEVE essere inteso come sinonimo di una pratica clinica “irrazionale”, in quanto si tratta comunque di farmaci registrati e approvati, riportati su delle liste che vengono aggiornate periodicamente dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).
  • Prima di dare ai nostri figli qualsiasi farmaco bisogna SEMPRE consultare il pediatra che saprà indicarci quali sono i farmaci più adatti. L’interazione pediatra – famiglia è alla base infatti di un corretto ed appropriato uso di qualsiasi medicinale.
  • Infine è ALTAMENTE SCONSIGLIATO il metodo “fai da te”. Spesso i genitori si improvvisano pediatri o farmacisti e somministrano di propria iniziativa farmaci ai loro figli, ignorando le indicazioni contenute nel foglietto illustrativo e anche i possibili effetti collaterali. Altre volte con estrema leggerezza, ricorrono all’uso di un determinato farmaco senza un reale bisogno. Capita infatti che una banale influenza del bambino venga trattata con antibiotici. Terapia questa inappropriata perché l’infezione in questo caso non è batterica ma virale. Questo uso sconsiderato pone le basi per il fenomeno della antibiotico-resistenza.

Sperare che le cose possano cambiare dall’oggi al domani è impossibile però è giusto sapere che ogni qualvolta somministriamo in maniera inopportuna dei medicinali ai nostri figli rischiamo di esporli a reazioni indesiderate che possono essere molto pericolose per la loro salute.

Quello che mi auguro è che ci sia la reale volontà di porre l’attenzione sulla sperimentazione di farmaci destinati esclusivamente a pazienti in età pediatrica e che venga effettuato un aggiornamento del foglietto illustrativo con maggiori indicazioni sulla effettiva utilità del farmaco.

Con questo augurio vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Un nuovo farmaco farà “tremare” il Parkinson?

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La malattia di Parkinson è stata descritta per la prima volta nel 1817 da James Parkinson in un libretto intitolato “Paralisi agitante”. Si tratta di una malattia neurodegenerativa cronica, progressiva e lenta e fa parte dei “Disordini del movimento”.

Si riscontra in entrambi i sessi e l’età media di esordio è intorno ai 55-60 anni anche se, in rari casi, può presentare un esordio giovanile tra i 21 e i 40 anni.

In poche parole quello che si verifica nella malattia di Parkinson è la degenerazione di particolari cellule nervose situate in un’area cerebrale denominata sostanza nera. Queste cellule producono una sostanza, la dopamina, coinvolta nel controllo dei movimenti e dell’equilibrio. La neurodegenerazione riduce drasticamente la quantità di dopamina provocando cosi molti dei sintomi motori alla base della malattia.

Le cause di questa patologia non sono ancora note ma attualmente si ipotizza che esistano alcuni fattori che concorrono al suo sviluppo:

  1. FATTORI INDIVIDUALI (età avanzata o predisposizione genetica)
  2. FATTORI AMBIENTALI (esposizione a pesticidi o solventi chimici)
  3. FATTORI EREDITARI (un paziente su 5 afferma di avere una storia familiare legata a questa patologia)

I principali sintomi della malattia di Parkinson sono 4:

BRADICINESIA: consiste in una lentezza dei movimenti.

TREMORE A RIPOSO: un tipo di tremore che scompare durante i movimenti volontari ed è assente quando si dorme. Inizialmente è unilaterale, dopo un tempo variabile coinvolge anche l’altro lato.

RIGIDITÀ: indica un aumento del tono muscolare a riposo o durante i movimenti.

INSTABILITÀ POSTURALE: consiste nella mancanza di equilibrio e stabilità mentre si è in piedi o si cambia posizione.

Ci sono in realtà anche sintomi secondari quali: perdita dell’olfatto, micrografia, disturbi del linguaggio, difficoltà di deglutizione, perdita dell’espressione facciale, eccessiva salivazione, perdita di peso, stipsi, disturbi del sonno e sessuali e molti altri.

La diagnosi della malattia è soprattutto di tipo clinico tramite la valutazione dei sintomi motori ed è solitamente supportata da esami strumentali quali RMN, PET e SCINTIGRAFIA CEREBRALE CON DAT Scan.

A tutt’oggi non esiste una cura definitiva per questa malattia ma l’approccio terapeutico al malato di Parkinson si avvale di: terapia farmacologica di tipo dopaminergico, terapia chirurgica di neurostimolazione cerebrale profonda, terapia medica infusiva e terapia riabilitativa.

E’ di questi giorni la sorprendente notizia della messa a punto di un nuovo trattamento per la cura della malattia di Parkinson. A realizzare il super trattamento è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Bristol, Regno Unito, che hanno collaborato con i colleghi di vari istituti dell’Università di Cardiff e dell’Università della Columbia Britannica (Canada).

Questa procedura sperimentale secondo Alan Whone, il ricercatore principale che ha messo a punto questa tecnica, consente di iniettare il farmaco direttamente nel cervello, tramite un intervento di chirurgia robotica. La terapia è stata testata in un trial clinico che ha coinvolto 35 pazienti. Metà dei partecipanti ha ricevuto un placebo, l’altra metà  il nuovo farmaco sperimentale, il cosiddetto fattore neurotrofico derivato dalla linea delle cellule gliali (GDNF). Si tratta di una proteina che ha dimostrato di poter migliorare la sopravvivenza delle cellule che producono dopamina e le funzioni motorie nei pazienti affetti da Parkinson. L’innovazione sta proprio nella capacità rigenerante di questa proteina. Nessuna tra le terapie in uso fino ad oggi, infatti, aveva dimostrato di poter invertire i processi biologici che portano alla morte le cellule dopaminergiche, a differenza di  questo  nuovo sistema che  sarebbe in grado di rigenerarle proprio perché agisce direttamente sul cervello.

Rigenerare le cellule cerebrali morenti è fondamentale per arrestare la corsa di questa patologia neurodegenerativa che in Italia affligge circa 250 mila persone. I partecipanti a questo protocollo di ricerca sono stati sottoposti ad un intervento di chirurgia robotica per l’inserimento di 4 tubicini nel cervello, tramite una “porticina” transcutanea realizzata dietro l’orecchio e attraverso cui il farmaco viene iniettato direttamente nelle aree colpite con precisione millimetrica. Lo studio clinico “in cieco” è durato 9 mesi, al termine dei quali i pazienti trattati con GDNF hanno mostrato un miglioramento del 100 % proprio nelle aree del cervello colpite dal morbo di Parkinson. Nessuna variazione si è evidenziata in quelli trattati con il placebo. Nei successivi nove mesi anche i pazienti trattati col placebo hanno ricevuto il farmaco in infusione, e al termine di altri nove mesi tutti i partecipanti allo studio hanno mostrato un netto miglioramento dei sintomi da moderato a grande.

I risultati dello studio clinico sono stati pubblicati su “Brain” e sul “Journal of Parkinson’s Disease”, e anche la Bbc online gli ha dedicato un ampio servizio. Per poter avere conferma dei risultati della ricerca, i prossimi studi dovranno coinvolgere un numero maggiore di pazienti e inoltre bisognerà valutare gli effetti del farmaco a lungo termine.

Si tratta comunque di un vero e proprio passo in avanti della tecnologia medica che in futuro potrebbe essere impiegata per somministrare la chemioterapia a pazienti colpiti da tumori cerebrali o per testare nuovi farmaci in caso di patologie come l’ Alzheimer e l’ ictus.

Data la sua importanza vi preannunciamo che in futuro dedicheremo un intero articolo all’argomento Parkinson, in particolare alla sua patogenesi, entrando nello specifico dei meccanismi distruttivi a carico delle cellule nervose…in altre parole vi porteremo con noi in un viaggio “dentro il cervello”!

In attesa di questo vi salutiamo dandovi appuntamento al prossimo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

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