Mese: Marzo 2023

UN “MOSTRICIATTOLO” DA NON TEMERE

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, chi non conosce questa citazione resa celebre dal film Spiderman, uno dei supereroi più famosi di tutti i tempi. Che cosa pensereste se vi dicessi che proprio da un piccolo ragnetto si potrebbero ottenere grandi cose, molte delle quali ancora oggi sembrano impensabili? Ebbene si, non stiamo parlando di miti o leggende, ma della concreta possibilità di ottenere farmaci e medicamenti proprio dalla tela di un ragno.

Negli ultimi anni, tra i biomateriali studiati dagli scienziati ci sono diversi composti, naturali, sintetici o misti, che una volta a contatto con l’acqua formano dei gel che, a loro volta, riescono ad interagire con i tessuti biologici. Ciò che ne deriva è un idrogel, una sostanza dalle numerose potenzialità e impieghi sia in campo medico che farmaceutico. Questi idrogel possono agire infatti come vettori per il trasporto di sostanze farmacologiche, rilasciandole in modo uniforme e graduale sulle superfici con cui vengono in contatto. Tra i materiali studiati a tal fine vi è per l’appunto la seta di ragno, una fibra proteica dotata di una straordinaria flessibilità e resistenza.

Questa scoperta è merito di un gruppo di ricercatori svedesi, che ha pubblicato il proprio lavoro su “Nature Communication”, spiegando come questo idrogel potrebbe essere impiegato per varie applicazioni mediche in campo umano, come cicatrizzante e lenitivo per la cura delle ferite e come veicolo di farmaci a lento rilascio.

IN CHE MODO IL RAGNO TESSE LA SUA TELA?

La produzione della seta è deputata ad alcune ghiandole presenti all’interno dell’addome dei ragni. Sono conosciuti sette tipi diversi di ghiandole, le quali non sono mai presenti tutte insieme nello stesso ragno. Ciascun ragno può possedere due, tre o addirittura quattro paia di filiere, ciascuna delle quali con una propria funzione. Esse sono collegate con le ghiandole da dotti molto sottili, il cui numero varia da due a cinquantamila. Ogni ragno produce 7 diversi tipi di seta, ognuna con un terminale proteico che si è scoperto essere molto importante per la formazione del filo di seta.

Quando la seta viene espulsa dal corpo del ragno subisce un processo di polimerizzazione e dallo stato liquido passa a quello solido. Questo cambiamento di stato è strettamente collegato ad una variazione del valore di pH da 8 a 5.

COMPOSIZIONE CHIMICA DELLA SETA DI RAGNO

Dal punto di vista chimico tutti e 7 i tipi di seta prodotti dal ragno  sono composti per circa il 50% della loro struttura da una catena proteinica polimerizzata chiamata fibroina caratterizzata dalla presenza di una regione iniziale C-terminale, una regione centrale altamente ripetuta e una regione finale N-terminale.

La restante parte della seta è composta da pirrolidina, potassio idrogeno-fosfato e potassio nitrato. La prima ha proprietà fortemente igroscopiche, il potassio idrogeno-fosfato abbassa il pH della tela ad un livello acido e il potassio nitrato ha azione antibatterica.

LA SCOPERTA SVEDESE

I ricercatori svedesi hanno lavorato con una proteina ricombinante chiamata His-NT2RepCT e un’etichetta di purificazione, His6-tag. Si tratta di una proteina ricombinante molto simile a quella della seta di ragno presente in natura che può essere indotta a formare una fibra continua se messa in condizioni simili a quelle naturali.

Questo lavoro di ricerca ha dimostrato che il processo di gelificazione avviene per varie concentrazioni di proteina, da 10 a 300 mg/ml, e che la concentrazione ne influenza la velocità in modo inversamente proporzionale. Mentre da un lato è stato appurato che il processo di gelificazione non dipende dall’etichetta His6-tag, dall’altro si evince il ruolo fondamentale di entrambi i terminali globulari. In particolare quello N-terminale si è dimostrato capace di gelificare anche da solo, dando un prodotto eccezionalmente trasparente, con una velocità spesso superiore a quella della proteina intera che invece da spesso gel più opachi.

Un altro aspetto molto interessante è che, una volta formato, questo idrogel resta stabile anche abbassando la temperatura esterna, ampliandone così i possibili impieghi commerciali. Ovviamente, per poter ottenere l’idrogel occorre sfruttare anche un cambio di pH, esattamente come accade nel corpo del ragno.

ATTENZIONE!

Non tutti i ragni però producono seta che gelifica, e non tutte le sete di ragno possono essere utilizzate per creare idrogel utili all’uomo. Questo dipende dalla specie. Per esempio, Araneus ventricosus produce della seta che non gelifica, mentre Trichonephila clavipes, una specie che abita le foreste e le aree boschive che vanno dagli Stati Uniti meridionali all’Argentina è in grado di produrre sfere di seta gelificanti. Gli autori dello studio hanno però utilizzato la seta di un ragno locale, il Larinioides sclopetarius, presente in tutta Europa.

CONCLUSIONI

Questi studi sono l’ennesima dimostrazione di quanto la natura ci venga costantemente incontro e di come ogni singola forma di vita sia importante indipendentemente dalle sue dimensioni. A dimostrarlo come abbiamo appena visto è un piccolo ragnetto, capace con le sue sete di apportare notevoli benefici alla nostra vita. Alcune di queste sete sono dotate di proprietà antibatteriche, cicatrizzanti, emostastiche, febbrifughe, risultando perfettamente biocompatibili quindi senza rischio di rigetto e anche biodegradabili, altre invece hanno dimostrato una resistenza superiore a quella dell’acciaio. Questa ulteriore scoperta ha permesso di aprire nuovi orizzonti alla terapia medica, in particolare per la realizzazione di impianti biomedici, come le protesi e per la ricostruzione di tendini. Alcuni tipi di seta di ragno inoltre si sono dimostrate efficaci anche nella progettazione di edifici e nella “cattura” di detriti spaziali.

Per tutti questi motivi, la prossima volta che ti imbatti in un ragno, pensaci due volte prima di schiacciarlo. OGGI PUO’ FARTI PAURA, MA DOMANI POTREBBE ESSERTI MOLTO UTILE!

Dott. Andrea Liguori

Abbiate cura del sonno!

Data una recente scoperta scientifica oggi sono qui per parlarvi di uno dei misteri più affascinanti e ancora poco conosciuti nell’ambito delle neuroscienze: il sonno!

Il sonno è un processo fisiologico ciclico attivo dove interagiscono tra loro sistema nervoso centrale e periferico. Molti pensano che durante il sonno anche il cervello si riposa… in realtà non è affatto così ma questo lo vedremo più avanti…

Il sonno non é tutto uguale, non è lineare ma è suddiviso in due fasi che si alternano durante la notte:

FASE NREM (Non rapid eye movement): chiamata anche sonno ortodosso e caratterizzata dall’assenza di movimenti oculari

FASE REM (Rapid eye movement): chiamato anche sonno paradosso e caratterizzata dalla presenza di movimenti oculari.

La fase NREM si compone di 4 fasi:

FASE 1 o addormentamento: in questa fase, che può durare 5 o 10 minuti si passa dallo stato di veglia all’ addormentamento e proprio per questo la coscienza è ancora attiva e si possono verificare contrazioni muscolari;

FASE 2 o sonno leggero: in questa fase ci si prepara a passare nello stato di sonno profondo. La frequenza cardiaca rallenta, la muscolatura si rilassa e la temperatura corporea diminuisce.

FASE 3 e FASE 4 o sonno profondo: con la fase 3 si entra nel sonno profondo e con la fase 4, la più intensa tra le due, i movimenti oculari si fanno sempre più lenti, la frequenza cardiaca e la temperatura corporea si riducono ulteriormente e il corpo inizia a rigenerarsi. Per questo motivo è importante avere una buona durata del sonno profondo. Se si viene svegliati all’improvviso durante queste fasi è possibile sentirsi confusi e disorientati per qualche minuto.

Dopo circa 90 minuti ha inizio la FASE REM del sonno. È questa la fase in cui il cervello lavora tantissimo, la frequenza cardiaca e la respirazione aumentano gradualmente, gli occhi si muovono rapidamente in diverse direzioni e si sogna. È chiamato sonno paradosso perché, se da un lato riprendono piano piano le normali attività degli organi, si verifica un’ immobilità dei muscoli di braccia e gambe.

Dallo stato di veglia si passa sempre alla fase NREM e successivamente alla fase REM. Queste fasi si alternano 4-5 volte durante la notte determinando i cicli del sonno dove ogni ciclo ha una durata complessiva di circa 90 minuti. Più ci avviciniamo al mattino più i periodi di sonno profondo si accorciano e si allungano i periodi di sonno REM.

QUALI SONO I COMPITI DEL SONNO?

Come ho già anticipato, il sonno è un processo attivo perché durante questo periodo il cervello continua a svolgere il suo lavoro meticoloso… Durante il sonno è vero che alcune aree cerebrali come la corteccia prefrontale dorso-laterale, la parte più razionale del nostro cervello, viene disattivata ma alcune zone cerebrali come per esempio l’ippocampo, sede della memoria e dell’apprendimento, e l’amigdala, sede dell’elaborazione dei comportamenti e delle emozioni, si attivano.

Il sonno ha numerose funzioni:

  • Migliora le funzioni cognitive
  • Consolida la memoria e i ricordi
  • Favorisce l’apprendimento
  • Regola la secrezione di ormoni quali cortisolo e prolattina
  • Permette al soggetto di recuperare le energie per far fronte al lavoro della giornata successiva
  • Durante il sonno profondo il cervello produce GH, l’ormone della crescita (questo è ovviamente importantissimo nei bambini)
  • Garantisce il buon funzionamento del sistema immunitario
  • Elimina i rifiuti: durante il loro lavoro i neuroni producono proteine di scarto che, se accumulate tra i neuroni sotto forma di beta-amiloidi, hanno effetti negativi su umore, comportamento e pensiero. Se il sonno profondo non è abbastanza questi rifiuti permangono nel cervello perché questo non ha il tempo necessario per ripulirsi in maniera adeguata.

Per tutti questi motivi è importante dormire nè troppo nè troppo poco. Un adulto dovrebbe dormire tra le 7 e le 8 ore. Di più (9-10 ore) o di meno (4-5 ore) mette a repentaglio la salute aumentando il rischio di malattie cardiache, obesità, diabete, ipertensione. Sballare il ritmo sonno-veglia per molto tempo o dormire meno di sei ore per notte è particolarmente pericoloso in quanto si produce meno melatonina (che abbassa la pressione arteriosa e protegge da infarti ed ictus) e aumenta la produzione di cortisolo.
Il sonno ovviamente varia anche con l’età: i neonati hanno bisogno di dormire 15-18 ore al giorno, i bambini dalle 10 alle 14 ore (dipende dalla fascia d’età) al giorno, gli anziani 5-6 ore a notte. Nei bambini il sonno è particolarmente importante.

PERCHÉ PRENDERSI CURA DEL SONNO?

Una recente scoperta ha messo in luce il legame esistente tra sonno disturbato e malattia di Alzheimer. Da una ricerca condotta dall’Università e Centro di medicina del sonno delle Molinette di Torino su topi geneticamente predisposti all’accumulo di proteina beta-amiloide (la cui presenza è stata riscontrata nel cervello di pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer), è stato evidenziato che un sonno discontinuo può compromettere l’azione del sistema glinfatico, ovvero quel sistema che permette al cervello di ripulirsi dagli scarti che producono le cellule nervose durante il loro estenuante lavoro. Questo deteriora le funzioni cognitive e in chi è predisposto accelera l’insorgenza della demenza senile mentre, in chi è affetto già dalla patologia, aggrava il quadro clinico.

CONSIDERAZIONI PERSONALI

Questo è uno degli argomenti che mi sta più a cuore perché essendo mamma so cosa vuol dire non dormire intere nottate o dormire male. Molto spesso si pensa che il sonno sia una perdita di tempo, che durante il sonno tutto l’organismo, compreso il cervello, si riposa, che anche se tutte le sere si fa tardi non fa nulla tanto il giorno dopo si è lo stesso pronti e pimpanti per la giornata… purtroppo non è così… con questo articolo spero di aver fatto capire che non bisogna badare solo alla quantità delle ore di sonno ma anche alla loro qualità… una scarsa qualità del sonno, soprattutto quello profondo, compromette la nostra salute… quindi rispettiamo il sonno e prendiamocene cura per il nostro bene!!!

Dott.sa Chiara Caridi

Emicrania: una cura al digitale!

Sebbene fosse nell’aria già da qualche tempo è stata recentemente confermata la notizia della realizzazione di un bracciale in grado di curare l’emicrania. Si tratta di un dispositivo senza fili, alimentato a batteria. Nello specifico questo bracciale autorizzato dalla Food and Drug Administration statunitense manda stimoli elettrici indolori in grado di attivare dei meccanismi analgesici endogeni prevenendo così gli attacchi emicranici. Prima di parlarvi di questo però vorrei spendere due parole sull’emicrania.

EMICRANIA DEFINIZIONE E SINTOMI

Il termine emicrania deriva dal greco hemi, metà + kranion, cranio, si tratta di un tipo di mal di testa che interessa solitamente metà capo. Si manifesta periodicamente in soggetti predisposti e compare perlopiù in età giovanile colpendo principalmente le donne, anche se a volte le crisi sono scatenate da fattori esterni. Si distinguono due tipi di emicrania, l’emicrania con aura e senza aura.

Nell’emicrania con aura, o emicrania classica, la cefalea è preceduta da un periodo chiamato per l’appunto aura (della durata di 20-60 min), durante il quale si manifestano disturbi visivi, quali scotomi e allucinazioni, parestesie delle mani o del viso, disturbi motori, afasie ,vertigini e dolore del collo. A questi sintomi segue un forte mal di testa localizzato nella stessa metà del capo ed è spesso accompagnato da nausea, vomito, fotofobia e prostrazione.

L’emicrania comune invece è caratterizzata dall’assenza di aura, il mal di testa può interessare anche tutto il capo e la crisi ha una durata variabile di 24-48 ore. Questa emicrania tende a peggiorare con l’età, ed è il tipo più diffuso.

L’emicrania si definisce complicata, invece, quando durante o dopo la crisi, si manifestano disturbi come parestesie o paralisi periferiche di una certa gravità che tendono a non risolversi nel tempo.

La terapia farmacologica della cefalea prevede generalmente l’assunzione di FANS nei casi più lievi e di triptani nelle forme più serie. Gli oppiacei  vengono usati molto raramente a causa degli effetti collaterali e del pericolo di dipendenza. Per questo i ricercatori hanno optato per un’alternativa non farmacologica al trattamento dell’emicrania.

NERIVIO, UNA TERAPIA DIGITALE

A tale scopo è stato condotto questo studio coordinato da Andrew Blumenfeld direttore dello Headache Center of Southern California, e pubblicato sul Journal of Headache. Nerivio, questo il nome del braccialetto, è stato testato in due sperimentazioni cliniche mettendolo a confronto con una stimolazione elettrica placebo. Gli esperti hanno testato il dispositivo su 128 pazienti con emicrania cronica o episodica, confrontandolo con una stimolazione placebo su un gruppo di altri 120 pazienti. I risultati hanno dimostrato che l’uso di Nerivio ha dimezzato in più di un paziente su due il numero di attacchi emicranici in un mese. Esso  inoltre ha ridotto in media di 2-3 giorni al mese l’uso di farmaci e mediamente di 4 giorni gli attacchi mensili di ogni livello di gravità.

Questo dispositivo di prescrizione che può essere usato da soggetti dai 12 anni in su, si autoapplica alla parte superiore del braccio e deve essere utilizzato nell’ambiente domestico all’inizio dell’emicrania o dell’aura per circa 45 minuti.

Per controllare il dispositivo Nerivio e monitorare la cefalea, basta scaricare l’App Nerivio. Dopo di che si  tiene traccia del mal di testa e dei sintomi dell’emicrania in un apposito diario avanzato di facile utilizzo incluso nell’App.

CONCLUSIONI

Questa terapia basata sulla neuromodulazione elettrica remota (REN) è quindi molto vantaggiosa perché non solo non ha causato effetti collaterali ma come abbiamo visto è risultata efficace nel trattamento acuto degli attacchi di emicrania con e senza aura. Non bisogna però dimenticare che Nerivio essendo un dispositivo di prescrizione non può essere utilizzato con leggerezza, il bracciale e questa App, infatti, vanno impiegati solo dietro prescrizione medica e solo dopo aver consultato il proprio medico curante.

Dott. Andrea Liguori

Non è “buccia d’arancia”…

Ultimamente si sente molto parlare di cellulite batterica, una forma di cellulite che non ha nulla a che vedere con la cellulite estetica intesa come inestetismo cutaneo.

Capiamo meglio di cosa si tratta…

La cellulite batterica è un’infezione seria del derma e del tessuto sottocutaneo (grasso) causata principalmente da due batteri: Streptococcus pyogenes e Staphylococcus aureus. Questi batteri solitamente vivono sulla superficie della nostra pelle ma in condizioni particolari quali ad esempio una ferita, un’ustione, un’infezione da funghi, una vescica , una puntura di insetto o di ago, l’insufficenza venosa cronica, riescono a superare le difese della parte più esterna della pelle, ovvero l’epidermide, e raggiungere la parte piú interna, ovvero l’ipoderma. I sintomi di quest’infezione sono: pelle calda, arrossata, gonfia e dolente, malessere generale, ascesso con pus e, in alcuni casi, febbre. Questa condizione clinica puó colpire chiunque ma molto piú comunemente diabetici, immunodepressi e anziani ed è localizzata prevalentemente nelle gambe ma anche negli occhi, sul volto e nel cuoio capelluto.

Le norme di prevenzione sono poche e prevedono prima di tutto un’accurata igiene della ferita e il contatto con il proprio medico appena si nota rossore, gonfiore o qualsiasi altro sintomo descritto in precedenza.

La terapia farmacologica per la cellulite batterica, che deve essere iniziata tempestivamente, si basa sull’utilizzo di antibiotici specifici diretti contro il batterio scatenante e deve durare fino alla completa remissione dei sintomi (mai sospendere un antibiotico non appena si evidenziano i primi miglioramenti).

A presto con un nuovo articolo!!!

Dott.ssa Chiara Caridi.

PECTINA, ALLEATA DELLA NOSTRA SALUTE

Ognuno di noi si sarà sentito dire almeno una volta nella vita che “ Una mela al giorno leva il medico di torno”,  ma quanti di noi sanno realmente il perché?!? Di seguito cercherò di spiegare perché le mele, la frutta in generale e le verdure sono così utili alla nostra salute. Uno dei motivi è la presenza della Pectina, e oggi voglio parlarvi proprio di lei.

MA COS’E’ QUESTA PECTINA?

La pectina è un polisaccaride contenuto nelle pareti cellulari dei tessuti vegetali di piante e frutti. Questa sostanza venne isolata per la prima volta nel 1825 da Henri Bracconot, un chimico e farmacista francese, che dedicò la sua vita allo studio della biochimica vegetale, della mineralogia e idrologia. Fu a sua insaputa lo scopritore dell’acido steraico, che insieme all’acido palmitico forma la stearina utilizzata oggi per la produzione di candele e saponi. A lui inoltre si deve la scoperta degli acidi gallico, ellagico e dell’acido pirogallico (pirogallolo) che consentirono, anni dopo, lo sviluppo della fotografia.

Ma torniamo a noi, la pectina contenuta normalmente nella buccia della frutta è costituita principalmente da una catena lineare di monomeri di acido galatturonico, tenuti insieme da legami di tipo α-(1-4), essa è a tutti gli effetti una fibra solubile, impiegata non solo in campo alimentare per le sue proprietà addensanti e gelificanti ma anche in ambito medico per le sue diverse proprietà benefiche.

Il quantitativo medio di pectina che ingeriamo al giorno è di circa 2-6 grammi, in relazione alle abitudini alimentari di ciascuno di noi. Basti pensare che una porzione di due mele e una arancia consente di assimilare circa 10 grammi di sostanza peptica.

Come detto all’inizio questa fibra viene ricavata da frutta e verdura, in particolare da mele, prugne, agrumi, mele cotogne ed uva spina. La fonte più ricca di pectina è quella pellicina bianca , detta albedo, che rimane attorno ai frutti degli agrumi dopo aver tolto la buccia. Questo spiega perché i nutrizionisti consigliano il frutto intero piuttosto che le spremute e i succhi di frutta, particolarmente ricchi di zuccheri ma poveri di fibre.

PECTINA E L’INDUSTRIA ALIMENTARE, USI E CONSUMI

Le proprietà che la rendono utile nel campo dell’industria alimentare e in quella dietetico-farmaceutica sono perlopiù le stesse. La pectina, come già accennato ha proprietà addensanti e gelificanti, posta a contatto con l’acqua forma una sorta di gel, rinforzato dalla presenza delle giuste quantità di acido e zucchero.

A livello microscopico, si viene così a formare un reticolo tridimensionale, tra le cui maglie rimangono intrappolate molecole di acqua ed altre sostanze alimentari. A livello macroscopico invece, grazie a questa sostanza lo spazio presente tra una cellula e l’altra dei tessuti vegetali viene “cementificato”, ciò rende maggiormente croccanti i frutti che la contengono.

Oltre alle proprietà gelificanti ed emulsionanti la pectina ha proprietà stabilizzanti e lievitanti, questo fa si che, aggiunta ai vari cibi ne migliori la spalmabilità, la morbidezza e la consistenza. Viene impiegata nella preparazione di marmellate e confetture (nella lista degli ingredienti è indicato come E440), si trova inoltre in numerosi prodotti quali caramelle gommose e balsamiche, bevande e succhi di frutta, gelatine, budini, confetti, creme da pasticceria e salse come ketchup e maionese. Viene anche usata come colla vegetale nei sigari.

Come sapranno molte delle nostre lettrici, la pectina può anche essere fatta in casa, a partire dagli scarti lavati delle bucce di frutta, per la preparazione di marmellate e confetture, mediante un processo di cui però non ci occuperemo.

Quello di cui invece voglio parlarvi è dei numerosi effetti benefici che la pectina ha sulla nostra salute.

PROPRIETA’ E BENEFICI DELLA PECTINA

PECTINA E REGOLARITA’ INTESTINALE

Essendo una fibra vegetale, la prima azione che esplica si può osservare nel nostro intestino. E’ una vera e propria calamita per l’acqua, è infatti in grado di bloccarla in un’ intricata rete trasformandosi così in una matrice gelificata ed emolliente. Sono proprio queste peculiarità a renderla utile durante il processo digestivo, garantendo una regolare funzionalità intestinale.

La pectina è utile in caso di diarrea in quanto favorisce l’addensamento delle feci, aumentandone lo spessore, permettendo loro di riacquisire una maggiore consistenza rendendole più dure. Inoltre, come già detto in precedenza, essendo una sostanza igroscopica (in grado cioè di attirare e legare l’acqua), in caso di stitichezza, può favorire l’idratazione delle feci, rendendole più morbide. Tutto ciò la rende così un prezioso alleato per chi soffre di coliti.

PECTINA E COLESTEROLO

Essendo una fibra indigeribile, la pectina a livello intestinale intrappola una certa quota di acidi biliari, ostacolandone il riassorbimento e favorendone così l’eliminazione con le feci. Questi acidi sono i primi regolatori del riassorbimento del colesterolo sia alimentare che endogeno. Gli acidi biliari si ottengono proprio a partire dalle molecole di colesterolo, quindi più si stimola la loro produzione più le concentrazioni di colesterolo nel sangue diminuiscono.

In altre parole la pectina è in grado di limitare il riassorbimento intestinale degli acidi biliari, stimolandone la sintesi ex-novo; dal momento che tale processo utilizza il colesterolo presente nell’organismo, questi prodotti riducono le concentrazioni di colesterolo LDL nel sangue, detto anche colesterolo cattivo, aumentando leggermente la frazione HDL o colesterolo buono.

Tutto questo fa della pectina un importante alleato per la nostra salute visto che la percentuale di persone che soffrono di dislipidemie, soprattutto legate agli alti valori di colesterolo, è ancora oggi in aumento.

PECTINA E GLICEMIA

E’ stato dimostrato che una dieta ricca in pectina è associata ad un minore rischio di sviluppare iperglicemia e diabete. Alla base di questo c’è la sua capacità di legare gli zuccheri a livello intestinale, favorendone l’eliminazione senza essere assorbiti. 

Questo rallentamento dell’assorbimento di zuccheri riduce anche il carico glicemico del pasto, aiutando così a mantenere i livelli della glicemia nella norma. Ciò la rende dunque utile in casi di diabete, insulino-resistenza e dismetabolismi vari.

PECTINA COME PROBIOTICO

Reagisce con i batteri intestinali naturali, o batteri buoni, che trasformano la fibra in un rivestimento lenitivo per le pareti intestinali irritate. Le pectine contribuiscono a nutrire la flora batterica intestinale benefica svolgendo in tal modo un effetto probiotico. E’ stato dimostrato che il metabolismo intestinale della pectina da parte della flora batterica residente, oltre a favorire la proliferazione dei batteri buoni ostacola indirettamente quella dei germi patogeni, originando così acidi grassi a corta catena (SCFA- SHORT CHAIN FATTY ACIDS) .

Questi agiscono a loro volta nutrendo la mucosa intestinale, contribuendo a ridurre ulteriormente i valori di colesterolo LDL nel sangue, oltre a prevenire il cancro al colon.

PECTINA E CANCRO AL COLON-RETTO

Alla base dello sviluppo di un tumore come quello colon-rettale è legata non solo una mutazione genetica di particolari geni ma anche un’azione mutagena delle sostanze tossiche presenti sulla mucosa intestinale. In altre parole più queste sostanze permangono in situ, più alto sarà il rischio di sviluppare una neoplasia.

Oltre all’azione mediata dagli SCFA, la pectina agendo da spazzino nel nostro tubo digerente, impedisce alle sostanze tossiche di permanere a contatto con la mucosa, riducendo così il rischio di sviluppare un tumore del tratto terminale dell’intestino.

Inoltre la pectina è in grado di mantenere nell’intestino un livello di pH tale da inibire lo sviluppo di metaboliti tossici coinvolti nell’insorgenza di tali forme tumorali.

PECTINA E MALATTIE CARDIOVASCOLARI

L’effetto ipocolesterolemizzante della pectina è strettamente collegato all’effetto benefico che questa ha sul nostro sistema circolatorio. Infatti una dieta ricca di questa fibra è associata ad un ridotto rischio di sviluppare patologie cardiovascolari.

E’ noto anche alla comunità scientifica come la pectina possa ridurre il rischio di sviluppare ictus.

MA QUANTO E’ SICURA LA PECTINA?

L’assunzione di pectina risulta essere sicura per soggetti di tutte le fasce di età compresi anziani e bambini, anche in condizioni particolari quali gravidanza e allattamento. Pertanto non esistono controindicazioni particolari, se non in caso di specifiche intolleranze. Anche l’Unione Europea ritiene queste sostanze sicure per la salute umana.

Come in tutte le cose però bisogna evitarne un uso eccessivo, l’abuso di pectina infatti potrebbe portare ad alcuni effetti indesiderati come crampi, meteorismo, flatulenza, diarrea, nausea e dolori addominali.

PECTINA E INTERAZIONI FARMACOLOGICHE

Visto che la pectina può regolare l’assorbimento di alcune sostanze, potrebbe anche limitare la funzionalità di alcune medicine, soprattutto se si tratta di complessi liposolubili o che agiscono sull’assorbimento intestinale dei grassi.

Nello specifico la pectina potrebbe ridurre l’assorbimento di diversi principi attivi quali carotenoidi, clindamicina, digossina, lovastatina, minerali, tetraciclina. Se state pertanto seguendo un regime terapeutico  basato sull’uso di uno di questi medicinali, fate attenzione, leggete sempre il foglietto illustrativo e parlatene sempre con il vostro medico curante.

CONCLUSIONI

A parte questi piccoli ma importanti accorgimenti è indiscutibile il ruolo della pectina quale alleata della nostra salute. Essa infatti non solo previene malattie come il diabete di tipo II e l’ipertrigliceridemia, ma contrasta l’insorgenza di aterosclerosi e malattie associate quali cardiopatia ischemica, infarto miocardico, ictus e malattia arteriosa occlusiva periferica. Essa inoltre regolando il transito e lo svuotamento intestinale, aiuta a far durare il senso di sazietà, così da ridurre l’aumento di peso dovuto ad un’alimentazione spesso scorretta.

Ancora in fase di conferma da parte della comunità scientifica ci sarebbe inoltre la capacità della pectina di inibire lo stimolo del rigurgito.

Sebbene di cose da dire ne avrei ancora molte, spero, per il momento, di aver soddisfatto almeno in parte la vostra curiosità e di aver contribuito a dare una risposta alle vostre domande. Vi aspetto al prossimo articolo!!!!

Dott. Andrea Liguori

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